Via Francigena

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Ospitalera sul Cammino di Santiago

“Io non so come dirlo…ma restituire quello che si e ricevuto e’ impossibile. Sono qui con Pasquale, spagnolo di Barcellona anche lui alla prima esperienza di ospitalero. Entrambi e, quanto pare tutti quelli che decidono di farlo,lo fanno con l’illusione, la presunzuione, di restituire quanto hanno ricevuto sul cammino…e invece ci ritroviamo a ricevere ancora di piu.

Sembrerebbe impossibile.

Siamo qui a lavorare ininterrottamente dalle 5 e mezza della mattina alle 10 e mezza 11 di sera.

Spesso con soli 5-10 minuti per mangiare, senza tempo per scrivere, andare ad un internet point, telefonare. A volte senza neanche il tempo di andare in bagno.

Ci ritroviamo ad improvvisarci cuochi per 50-70 persone, impresa di pulizia, medici, psicologi, confessori e contabili.

Ci ritroviamo con pellegrini ammalati, storie spezzacuore, lavatrici impazziti, scaldabagni che saltano, imprevisti di ogni tipo.

Gruppi di giovani pellegrini che bevono troppo, pellegrini con la valigia che si irritano, lituani che parlano solo lituano, pellgrini che chiedono camere singole…e frammenti di anima, spiragli di cuori che si aprono e occhi che piangono e risate e danze, abbracci e brindisi…e non so come dirlo….ma siamo infinitamente piu ricchi che al nostro arrivo e gia il pensiero di dover lasciare Bercianos tra 4 giorni ci riemnpe il cuore di trisatezza e nostalgia..

vi abbraccio tutti e a presto”

Immacolata 

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L’ospite inatteso

E’ sabato, ho appena finito di tagliare l’erba, altissima dopo due mesi di assenza da Casa Francigena. Sono sdraiato sotto il tosaerba con la canna dell’acqua in mano, per ripulirlo, quando suonano alla porta.

Mia madre oggi è mia ospite, le chiedo di aprire, ma quando lei chiede chi è le risponde una voce straniera. Pensando che sia il signore magrebino che passa ogni tanto per vendere fazzoletti e calzini, decide di spacciarsi per la colf, e dice: “il padrone non è in casa”.

Ascolto con un orecchio il dialogo urlato tra un lato e l’altro del portone, fino a quando sento la parola magica: “c’è un pellegrino!”.

Balzo in piedi e mi presento sull’uscio con la mia maglietta strappata e i jeans sporchi di vernice che uso per lavorare in giardino, e mi trovo di fronte un signore che con accento anglosassone mi chiede: “ma tu sei Alberto”? Si, rispondo stupito.

Lui è Garry, 63 anni, australiano. Mi dice che è partito da Canterbury il 21 Giugno, ed è diretto a Roma. Ha sentito parlare di me, si ricordava Casa Francigena, a Roppolo, e oggi ha deviato dalla sua strada per venire a cercarmi. Non aveva l’indirizzo, ma l’oste dietro l’angolo dopo la prima birra gli ha spiegato dove trovarmi.

Gli chiedo se ha voglia di un’altra birra, e lo invito a fermarsi da noi per la notte. Fa qualche svogliato complimento, ma non ci vuole molto a convincerlo.

Come dice la pubblicità, ci sono cose che non hanno prezzo. E un australiano che dopo 55 giorni di cammino bussa alla porta di Casa Francigena chiedendo espressamente di me è una di queste…

Passiamo ore a parlare del percorso, a stampare mappe, a scambiarci impressioni e consigli. E poi la cena, tipica milanese, a base di risotto e  cotolette, con la mamma soddisfatta dei primi complimenti ricevuti in vita sua da un australiano.

L’indomani, al risveglio, Garry mi racconta che esattamente un anno fa, l’11 settembre, si trovava in ospedale, a combattere con una malattia che rischiava di impedirgli di camminare per il resto dei suoi giorni. Allora decise che se ne fosse uscito avrebbe percorso l’intera via Francigena.

Ed eccolo qui, oltre la metà del percorso, a fare colazione in giardino. Vuole arrivare a Roma entro il 17 ottobre, quando in Piazza san Pietro è prevista la beatificazione del primo aspirante santo australiano.

Come faccio con ogni pellegrino ospite, scatto una foto sotto al cartello della Francigena e lo accompagno per il primo tratto della tappa verso Santhià. Facciamo tappa al castello, riusciamo a visitarlo quasi tutto, compresa l’enoteca, dove Garry mi regala una bottiglia di ottimo Bramaterra e degusta un bicchiere di Erbaluce, alle 10 del mattino, prima di iniziare la tappa.

Lo saluto con un abbraccio lungo la carrareccia che scende a Cavaglià. Mi rivela orgoglioso che sarà il primo australiano a percorrere l’intera via Francigena da Canterbury.

Lo guardo andare via, verso sud, sommerso dai suoi diciassette chili di zaino.

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Via Francigena: un percorso in continua evoluzione, di A. Conte

La Via Francigena è uno dei più lunghi itinerari pedonali d’Europa, e forse il più complesso: attraversa l’Italia da nord a sud incrociando autostrade, ferrovie, fiumi, catene montuose. In questo articolo raccontiamo come è stato tracciato, e quale potrebbe essere l’evoluzione del percorso nei prossimi anni.

Dopo secoli di oblio, il percorso pedonale della Via Francigena venne riscoperto a partire dagli anni ’90 del secolo scorso, grazie all’interesse di alcune Confraternite di pellegrini, di singoli appassionati che studiarono l’itinerario scrivendo delle guide cartacee, di Associazioni ed Enti Locali.
In una prima fase si studiò la viabilità esistente, per definire un itinerario che – senza richiedere nuove infrastrutture – rispettasse il più possibile il tracciato storico, e nel contempo fosse percorribile dai pedoni con un livello di sicurezza accettabile.

I primi lavori sul percorso
Tra il 1990 e il 2005 alcune Amministrazioni e Associazioni locali si impegnarono nella valorizzazione del percorso nella loro zona, con attività di studio o di segnalazione; citiamo ad esempio:
•    in Valle d’Aosta la Regione, il GAL e le Comunità Montane, che studiarono il percorso installando la segnaletica in tutto il tratto regionale;
•    in Emilia-Romagna la Provincia di Parma, che – in collaborazione con il CAI – realizzò la cartoguida del percorso tra Parma e il Passo della Cisa installando segnavia e cartelli escursionistici;
•    il Toscana e Liguria il CAI, che studiò il percorso tra la Cisa e Luni, in collaborazione con le amministrazioni locali; e la FIE (Federazione Italiana Escursionismo) che installò la segnaletica tra Castel Fiorentino e Siena;
•    Nel Lazio i comuni di Acquapendente, San Lorenzo Nuovo e Bolsena, Montefiascone che installarono la segnaletica nel tratto di loro competenza, e la Confraternita dei Romei della Via Francigena, che studiò e segnalò buona parte del percorso tra il confine con la Toscana e Roma.
Nello stesso periodo furono realizzate alcune Guide cartacee, che proponevano percorsi in buona parte diversi tra loro. Citiamo le principali, tuttora in commercio:
•    Monica d’Atti, Franco Cinti – GUIDA ALLA VIA FRANCIGENA – Terre di mezzo Editore – Milano
•    Luciano Pisoni, Aldo Galli – LA VIA FRANCIGENA – ADLE Edizioni – Padova
•    Associazione Internazionale Via Francigena – Topofrancigena
Utilizzando un paragone “informatico” chiameremo il fascio di percorsi tracciato a seguito delle attività di cui sopra “Versioni 1.x”.

La versione 2.0
Nel 2005 l’Associazione Europea delle Vie Francigene (AEVF) avviò un’attività di studio e rilievo del percorso pedonale della Via Francigena. L’obiettivo era quello di mettere ordine tra le varie proposte di percorso, che spesso proponevano itinerari diversi lungo gli stessi tratti, disorientando i pellegrini.
L’AEVF raccolse dalle Amministrazioni Locali tutte le proposte di percorso, le integrò con il materiale disponibile sulle Guide cartacee, e consegnò il materiale ad Alberto Conte, che in qualità di consulente tecnico analizzò il materiale ed effettuò i sopralluoghi lungo l’itinerario, per definire per ogni tratto la soluzione migliore, o comunque il miglior compromesso.
Il lavoro venne completato nell’Aprile del 2006, quando furono consegnate all’AEVF le mappe che descrivevano il percorso, che furono pubblicate sul sito www.viefrancigene.eu,  e una relazione tecnica che indicava le criticità dell’itinerario in termini di sicurezza e di attraversamento di proprietà private.

La versione 3.0
Nel Dicembre 2006 la DG Paesaggio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali (MiBAC) avviò un progetto di posa in opera della segnaletica direzionale lungo il percorso pedonale della Via Francigena. L’attività si svolse in coordinamento con AEVF, che decise di condividere con il MiBAC il percorso pubblicato.
Il MiBAC conferitì alla società itinerAria l’incarico di effettuare un’ulteriore analisi per trovare una soluzione ai principali problemi di sicurezza, definendo un percorso che fornisse garanzie di sicurezza adeguate all’istallazione della segnaletica.
In questa fase l’attività di itinerAria si concentrò sui nodi critici fondamentali della versione 2.0 del percorso. Inoltre nel frattempo alcune Amministrazioni si attivarono autonomamente per migliorare la percorribilità dell’itinerario, mettendolo a disposizione del MiBAC.
L’analisi del percorso e i relativi sopralluoghi si competarono nel mese di Agosto del 2007, quando itinerAria consegnò al MiBAC la versione 3.0 dell’itinerario, in cui la gran parte dei problemi di sicurezza e percorribilità della versione 2.0 era stata risolta.
La versione 3.0 venne quindi utilizzata per il progetto preliminare della segnaletica direzionale, che venne sottoposto ai proprietari e ai gestori delle strade (Province, Comuni, privati) contestualmente alla richiesta di autorizzazione alla posa dei cartelli.

La versione 3.1
Nella gran parte dei casi la richiesta di autorizzazione ebbe un esito immediatamente favorevole, talvolta invece il proprietario (privato o Amministratore) negò l’autorizzazione, o chiese delle modifiche al percorso.
Nel frattempo la Direzione Beni Librari del MiBAC aveva avviato i lavori di rilievo puntuale con GPS del percorso pedonale, per redigere la nuova Guida descrittiva ed elaborare la cartografia digitale. Durante il rilievo fu quindi possibile valutare le richieste di variante che arrivavano dai territori, per verificarne le caratteristiche di sicurezza e compatibilità.
Tali attività si svolsero in stretto coordinamento con le Amministrazioni Locali, per arrivare a un percorso condiviso su cui potesse essere autorizzata l’installazione della segnaletica.
Il risultato fu la versione 3.1 dell’itinerario, che rappresentava un’evoluzione del percorso precedente, e che fu pubblicata on line sul sito www.francigenalibrari.beniculturali.it nella seconda metà del 2008.
Il percorso venne quindi approvato il 31 Marzo 2009 dal Comitato Scientifico della Consulta degli itinerari storici, culturali e religiosi, e quindi definitivamente ufficializzato il 13 novembre 2009, con la nota a firma congiunta del  Ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi, e del Ministro per le Politiche Agricole, Luca Zaia.

Le varianti e i percorsi alternativi
Oltre alla “certificazione” del percorso ufficiale, nella riunione del 31 marzo 2009 fu approvata una procedura di gestione delle varianti.
La grande complessità del percorso italiano della Via Francigena, che con i suoi 1000 km è uno degli itinerari pedonali più lunghi d’Europa, nonché la contiguità e le continue intersezioni con la rete stradale ordinaria, richiedono una continua attività di miglioramento del percorso.
Appena pubblicata la versione 3.1 numerose Amministrazioni e Associazioni si sono quindi attivate per migliorare la sicurezza per i pellegrini, risolvere problemi di attraversamento di proprietà private, valorizzare edifici di interesse storico e religioso lungo l’itinerario.
Inoltre in alcune zone si è presentata l’opportunità di tracciare percorsi alternativi che dipartendosi dal percorso ufficiale consentissero di raggiungere luoghi di interesse religioso o storico, per poi ricongiungersi con l’itinerario ufficiale.
La segreteria del Comitato Scientifico della Consulta ha quindi ricevuto varie richieste di integrazione e modifica del percorso, che sono in corso di valutazione e che saranno sottoposte al Comitato nelle prossime riunioni.

Un itinerario in continua evoluzione
Dopo l’intenso lavoro di tracciatura effettuato delle Amministrazioni centrali e locali, l’attuale itinerario della Via Francigena rappresenta probabilmente il miglior compromesso possibile oggi per garantire una sufficiente sicurezza ai pellegrini utilizzando i percorsi esistenti, senza costruire nuove infrastrutture e riducendo al minimo l’attraversamento di proprietà private.
Le Amministrazioni Locali stanno lavorando per migliorare la sicurezza e la percorribilità, ad esempio costruendo marciapiedi o piste ciclopedonali protette nei tratti in promiscuità con il traffico automobilistico, o concordando con i proprietari il passaggio su proprietà private. L’itinerario è quindi destinato a cambiare in modo significativo, in un processo di miglioramento continuo, analogamente a quanto è successo nei primi anni di sviluppo del Cammino di Santiago.
In questa fase sarà fondamentale il coordinamento dei lavori tra le Amministrazioni Locali e gli organismi nazionali, affinché venga garantita l’uniformità delle caratteristiche del percorso e vengano salvaguardate le reali esigenze dei pellegrini.

Alberto Conte
itinerAria

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L’accoglienza “povera” e lo sviluppo della Via Francigena, di A. Conte

Dal 12 al 14 Marzo 2010 si è tenuto a Monteriggioni un corso per “hospitaleros voluntarios”, che nella prossima estate gestiranno alcuni ostelli lungo il Cammino di Santiago, e che potrebbero in futuro prestare servizio lungo la Via Francigena. Qual’è l’importanza del lavoro dei volontari per lo sviluppo economico dei territori attraversati da un grande itinerario culturale?  

Gli hospitaleros voluntarios

Ogni anno migliaia di persone dedicano un periodo del loro tempo libero alla gestione di un ostello lungo il Cammino di Santiago. Si tratta di un servizio volontario e non retribuito, il più delle volte gestito da associazioni locali di Amigos del Camino.

Gli hospitaleros voluntarios sono pellegrini che, dopo aver percorso il proprio cammino, decidono di partecipare attivamente allo sviluppo dell’itinerario più famoso del mondo. In genere lavorano per una o due settimane presso un albergue, gestendolo da ogni punto di vista: dall’accoglienza ai pellegrini alle pulizie, dal fare la spesa a fornire agli ospiti tutte le informazioni utili.

Gli ospitalieri sono eredi di una tradizione millenaria, che risale al Medio Evo, quando chi compiva un pellegrinaggio era considerato un ospite sacro, e come tale doveva essere accolto. Il loro ruolo è fondamentale per la salvaguardia dello spirito profondo del Cammino di Santiago, dell’atmosfera che avvolge il fiume di persone che ogni mattina si mettono in marcia verso la tomba dell’Apostolo.
La gratuità del servizio degli ospitalieri è in se un valore: in un mondo in cui tutto sembra avere un prezzo, l’incontro quotidiano di gesti gratuiti (il cammino del pellegrino, il lavoro dell’ospitaliere) è uno degli aspetti magici del viaggio verso Santiago, che lo rendono diverso da qualunque altro cammino.

Un rito collettivo

Il Cammino di Santiago è un rito collettivo che coinvolge ogni anno centinaia di migliaia di persone, che si mettono in viaggio caricandosi sulle spalle uno zaino che contiene il minimo indispensabile per vivere, e simbolicamente si tolgono di dosso i macigni che appesantiscono la loro vita quotidiana: il lavoro, gli impegni familiari e sociali, l’apparenza, i debiti, i soldi.

Provano l’ebbrezza di una vita semplice e libera, trascorrono le giornate con persone come loro, da cui si sentono accolti e capiti. Si sentono parte di una comunità in cui non è importante quello che fanno, ma quello che sono.
I pellegrini condividono in una stessa giornata gli spazi sconfinati del Cammino e le camerate anguste degli ostelli, in cui le differenze di età, sesso, nazionalità, religione, classe sociale vengono appiattite: decine di persone abitano in pochi metri quadrati, senza alcuna difesa per la propria intimità. La fatica quotidiana stravolge l’aspetto fisico delle persone, che al loro arrivo negli ostelli condividono gli odori, i respiri pesanti, gli occhi gonfi al risveglio, i colori della biancheria intima stesa ad asciugare.
Pezzi della loro vita e della loro giornata, in genere salvaguardati gelosamente, escono dalla sfera privata per diventare di pubblico dominio. In questa situazione le barriere si abbattono, e l’assenza di difese rende unici i rapporti tra i pellegrini in cammino, e dei pellegrini con se stessi.

Il pellegrino in cammino prova una sensazione di libertà senza uguali, si avvicina all’essenza, che può trovare in se stesso, negli altri, nella religione, nella spiritualità, nella bellezza, o in tutte queste cose insieme. Allontana da se una quotidianità fatta spesso di apparenza e di falsità, governata da una cronica mancanza di tempo e da esigenze pratiche in cui il denaro assume un’importanza centrale.

Camminare diventa un gesto trasgressivo, con cui il pellegrino stravolge la scala dei valori che governa la società moderna: chi cammina non consuma e non produce. Viaggia leggero, il suo passaggio contribuisce marginalmente all’economia del territorio che attraversa, ma può avere un impatto importante sulla crescita culturale e personale delle persone incontrate lungo la via.

Le due anime del Cammino

Eppure il Cammino di Santiago è uno dei principali prodotti turistici europei, una risorsa che genera milioni di Euro di fatturato annuo, e che ha risollevato l’economia di alcune aree tra le più povere della Spagna, come la Galizia.

Come è possibile la convivenza tra le due anime del Cammino di Santiago, quella no-profit/low cost dei volontari e dei pellegrini a piedi, e quella profit degli operatori turistici al servizio dei turigrini (così vengono chiamati i turisti lungo il Cammino)?
Nella risposta a questa domanda risiede uno dei segreti del successo del Cammino, e per questo è importante che chiunque si occupa della Via Francigena abbia ben chiari i meccanismi che governano l’economia del pellegrinaggio verso Santiago.
Le attrattive che rendono indimenticabile il Cammino di Santiago non sono le meravigliose chiese, i paesaggi sconfinati, il silenzio dei villaggi, i sapori dei cibi che si possono gustare. Tutto ciò è molto bello, ma certo non unico: se pensiamo al mix di paesaggio, storia, cultura, religione che caratterizza il percorso della Via Francigena, l’itinerario spagnolo non regge il confronto.
La magia del Cammino di Santiago risiede nel flusso ininterrotto di persone che lo percorrono ogni giorno dell’anno. La fatica, il sudore, il dolore che si mescolano senza soluzione di continuità con il sorriso, l’emozione, la bellezza.

L’economia del Cammino di Santiago è fondata sul flusso di turisti che da tutto il mondo raggiungono il nord della Spagna attratti dalla suggestione, dal fascino misterioso, dai racconti, dalla bellezza dell’immagine del fiume di persone in cammino. In questo senso il Cammino di Santiago coincide con i pellegrini che lo percorrono e gli danno vita, passo dopo passo.
I pellegrini non transitano lungo il Cammino: loro sono il Cammino.  
Le 150.000 persone che nel 2009 hanno raggiunto Santiago a piedi o in bicicletta hanno contribuito solo in parte al fatturato dell’industria turistica spagnola: l’indotto di turisti che hanno viaggiato in auto, moto, autobus, è stato almeno 10 volte superiore, con una spesa media giornaliera ben più alta.
Tuttavia chi conosce la fisica sa che non può esistere l’indotto senza l’induttore, e quindi non esisterebbe il turismo lungo il Cammino di Santiago senza i pellegrini a piedi. Non esisterebbero i numerosissimi alberghi, B&B e pensioni che accolgono i turisti a prezzi di mercato senza gli ostelli che ospitano i pellegrini per pochi Euro al giorno.

Chi vuole sviluppare la Via Francigena come itinerario turistico e culturale deve quindi comprendere che la pretesa di richiamare i turisti prima di creare un flusso continuo e numeroso di pellegrini a piedi è velleitaria, significherebbe mettere il carro davanti ai buoi. Il potenziale economico del “prodotto” Via Francigena è enorme, ma non si potrà esprimere senza lo sviluppo della microeconomia dell’accoglienza a basso costo, in cui il ruolo dei volontari sarà determinante.

Il corso di Monteriggioni

Le considerazioni di cui sopra stanno alla base del corso che si terrà in Toscana dal 12 al 14 marzo, organizzato da itinerAria con il sostegno del Comune di Monteriggioni.
Sette veterani spagnoli, membri dell’organizzazione spagnola Hospitaleros Voluntarios, che gestisce una ventina di ostelli lungo il Cammino di Santiago coordinando il lavoro di più di 3000 volontari, terranno un corso di formazione dedicato agli aspiranti ospitalieri italiani.

Il corso, presentato alla fine del 2009, ha avuto un successo inatteso: a fronte di una ventina di posti disponibili sono arrivate numerosissime richieste, tanto che le iscrizioni sono state chiuse con largo anticipo e il numero totale dei partecipanti è stato portato a 25. Molti “novizi” che non potranno frequentare il corso in Italia si recheranno direttamente in Spagna, dove si affiancheranno per qualche giorno a un veterano prima di gestire personalmente un ostello.
Dopo il corso, i volontari sceglieranno un periodo di due settimane in cui saranno disponibili a lavorare in un albergue spagnolo.

L’obiettivo del corso è quello di creare un nucleo di ospitalieri che dopo l’esperienza spagnola siano disponibili a ripetere l’esperienza in Italia, lungo la Via Francigena.
A tale scopo però è fondamentale che le Istituzioni e le Amministrazioni Locali comprendano l’importanza del lavoro volontario, creando i presupposti per lo sviluppo di un’accoglienza “povera”.
Scuole, oratori, palestre, ambulatori, caserme, edifici pubblici sotto-utilizzati o abbandonati potrebbero diventare dei validi posti tappa lungo la Via Francigena, e con un minimo investimento potrebbero svolgere una funzione di utilità sociale.

Ciò richiede però una strategia precisa, e un coordinamento forte, in grado di incidere sulle normative e sulle leggi nazionali e regionali, che spesso ostacolano la creazione di strutture non classificabili con i criteri della ricettività turistica.

Un contributo determinante deve essere fornito anche dagli operatori turistici, che nelle strutture di accoglienza spartana non devono vedere una minaccia bensì una straordinaria opportunità di sviluppo: la rete degli ostelli economici deve essere vista come parte di un’infrastruttura viaria. Una strada verde, da costruire anno dopo anno con un “cantiere della bassa velocità” che potrebbe cambiare radicalmente il territorio, una volta tanto migliorandolo, anziché devastarlo.

Alberto Conte

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La tecnologia al servizio del pellegrino, di A. Conte

L’uso di Google Earth e dei navigatori satellitari si sta diffondendo anche tra i pellegrini a piedi: le nuove tecnologie sono effettivamente utili o rischiano di snaturare lo spirito del viaggio?

Durante il mio ultimo viaggio lungo il Cammino di Santiago, Jules, un pellegrino francese, mi chiese un’informazione su un ostello. Non ero in grado di rispondergli, e gli consigliai di usare il telefono cellulare per chiamare i gestori. Mi fulminò con uno sguardo indignato, e mi disse, con un tono che non ammetteva repliche: “un pellegrino non ha un telefono cellulare, se no non è un pellegrino”.

Paolo De Guidi è in viaggio in questi mesi lungo la Via Francigena. E’ partito da Terni, ha raggiunto la Via di Sigerico a Viterbo, la seguirà fino a Canterbury e proseguirà poi per Cambridge, dove arriverà alla fine di Marzo. E’ a tutti gli effetti un pellegrino hi-tech: porta con se un GPS, un moderno telefono cellulare con videocamera, una fotocamera digitale, un iPod da 80 GB, una memoria USB con tutti i dati e il software che gli può servire lungo il percorso per gestire il navigatore. Paolo ha studiato per mesi l’itinerario su Google Earth, lo ha digitalizzato per  memorizzarlo sul navigatore satellitare, con cui si orienta. Ogni giorno aggiorna con brevi SMS il suo diario di viaggio sul social network Twitter, e ogni volta che può accedere a internet aggiorna il suo blog. La sua posizione è riportata giornalmente su una mappa interattiva dal webmaster di itinerAria, che pubblica i suoi messaggi sul sito www.movimentolento.it, nella sezione “Diari di Viaggio”.

Jules e Paolo rappresentano due punti di vista radicalmente diversi sulle modalità di affrontare un lungo viaggio a piedi. Come di consueto eviterò accuratamente la discussione su chi di loro sia il “vero pellegrino”, ma prenderò spunto dalle loro storie per riflettere sull’utilità della tecnologia per chi viaggia a piedi o in bicicletta.

Navigatori GPS e sistemi informativi geografici

L’evoluzione tecnologica degli ultimi 10 anni ha sconvolto il settore dell’escursionismo a piedi e in bicicletta. Grazie alla diffusione dei navigatori GPS da auto e dell’enorme investimento di Google nel settore della cartografia digitale, i Sistemi Informativi Geografici (GIS), sono usciti dalla nicchia degli addetti ai lavori, e sono diventati strumenti di uso comune.Molti di noi utilizzano un car navigator Tom Tom per orientarsi nel traffico, localizzano un indirizzo con Web-GIS come ViaMichelin o Virgilio Mappe, e scelgono la destinazione delle prossime vacanze “volando” con Google Earth.  Se tali strumenti sono utili quando ci si muove sulle strade asfaltate, documentate in genere con mappe di buona qualità, e segnalate con i cartelli direzionali e le targhe con i nomi delle vie, possono esserlo ancora di più quando si affrontano percorsi escursionistici.Prima della rivoluzione digitale l’escursionista aveva a disposizione solo mappe cartacee di qualità più o meno buona, con una scala più o meno adeguata, e una copertura parziale e disomogenea del territorio nazionale. Ad esempio chi doveva viaggiare lungo la Via Francigena, in lunghi tratti della pianura padana e del Lazio aveva a disposizione solo le leggendarie “tavolette” dell’Istituto Geografico Militare, il cui ultimo aggiornamento in alcuni casi risaliva agli anni ’40 del secolo scorso (!).

Lungo i sentieri di montagna il problema è meno sentito, sia perché in genere sono tuttora disponibili mappe escursionistiche di qualità accettabile, sia perché molti sentieri sono dotati di segnaletica. Lungo la Via Francigena invece la segnaletica è tuttora incompleta, il percorso è reso particolarmente complicato dalla continua intersezione con la rete stradale ordinaria, e purtroppo ancora oggi non esiste una mappa topografica sufficientemente dettagliata per l’intero percorso. Per il momento si è cercato di colmare questa lacuna descrivendo ogni tappa bivio per bivio nei road book pubblicati nel sito Francigena Librari. Tuttavia, se il pellegrino sbaglia strada e ha bisogno di rientrare nel percorso corretto, o se – come il nostro amico Paolo – percorre la Via Francigena in direzione nord, le mappe attualmente disponibili non sono sufficienti per orientarsi.

Per questo motivo, sempre nel sito Francigena Librari, sono state pubblicate le tracce digitalizzate del percorso, in formati compatibili con Google Earth e con i principali navigatori GPS. In questo modo chi preferisce orientarsi con una mappa cartacea può stamparla dal web, utilizzando come sfondo le foto aeree o la mappa topografica di Google Maps, o dei servizi compatibili con tale formato. Chi invece ha una maggiore dimestichezza con la tecnologia può memorizzare le tracce su un GPS e utilizzare il navigatore per orientarsi.

Schiavi della tecnologia?

Jules, il pellegrino “tecnofobo”, era in viaggio lungo il Cammino di Santiago, ovvero su un itinerario in cui è difficile perdersi, grazie all’ottima segnaletica e alla presenza di altre migliaia di pellegrini. Non so come si sarebbe orientato lungo il solitario percorso “contromano” di Paolo, in cui la segnaletica è praticamente assente, e in cui viaggiare con una mappa significa fermarsi ad ogni bivio (mediamente ogni 500 m) per controllare l’itinerario. D’accordo, il GPS toglie molta poesia al viaggio a piedi, e se utilizzato acriticamente rischia di privare il pellegrino della capacità di analizzare ed apprezzare il territorio che sta attraversando. Tuttavia chi di voi ha provato a perdere la strada durante un’escursione a piedi, magari in una zona solitaria e all’imbrunire, sa quanto ciò sia sgradevole e faticoso, e in alcuni casi pericoloso.In quest’ottica anche i meno appassionati alla tecnologia possono vedere l’uso del GPS come un male necessario, e se proprio non vogliono utilizzarlo con regolarità possono portarlo nello zaino, per usarlo solo in caso di bisogno.

Lo stato dell’arte

I sistemi informativi geografici possono essere molto utili nella fase di pianificazione del viaggio. Le tracce digitali possono essere sovrapposte ai rilievi del terreno in una vista tridimensionale, e consentono di valutare la difficoltà della tappa sia soggettivamente, sia oggettivamente. Infatti se si dispone di appositi software (il più noto è Ozi Explorer, scaricabile dal sito www.oziexplorer.com, ma altri sono disponibili gratuitamente sul web), è possibile calcolare con precisione la lunghezza del percorso, il dislivello, e stimarne la durata. Nel caso della Via Francigena ciò è molto utile se si decide di frazionare il percorso in tappe diverse da quelle descritte dai road book, oppure se si introducono varianti al percorso stesso, ad esempio perché lo si vuole percorrere in bicicletta.

Lo studio delle varianti e dei nuovi percorsi può essere facilitato consultando le numerose banche dati disponibili su internet, che propongono itinerari tracciati con GPS dagli appassionati di escursioni a piedi o in bicicletta. In Italia il sito più famoso è Giscover (www.giscover.com) su cui tra l’altro è visualizzabile il percorso della Via Francigena tracciato dalla troupe di Radio Rai nel 2005. Il leader internazionale è invece EveryTrail (www.everytrail.com), una miniera di informazioni accessibile sia sul sito sia direttamente su Google Earth.  EveryTrail è disponibile anche come applicazione per iPhone, il telefono cellulare di Apple che rappresenta l’avanguardia tecnologica del settore degli smartphone, e che è bene tenere d’occhio per comprendere le nuove tendenze. Se ci si trova in una zona coperta da internet (ad esempio la gran parte della Via Francigena lo è) il software consente non solo di orientarsi lungo il percorso grazie al GPS incorporato nell’iPhone, ma di visualizzare eventuali itinerari alternativi nelle vicinanze. Inoltre lo strumento registra il percorso e può scattare fotografie georeferenziate, ovvero localizzate sulla mappa. Alla fine della giornata si possono pubblicare su internet traccia e fotografie, che insieme a un testo descrittivo consentono a chiunque di creare un racconto di viaggio multimediale. Infine, se l’escursionista è iscritto a un social network, e vuole ad esempio consigliare il percorso agli amici, basta che prema un tasto per farlo comparire sulla bacheca di Facebook o per distribuirlo ai followers di Twitter.Gli appassionati di Twitter dotati di iPhone hanno inoltre a disposizione una funzione che consente agli amici di vedere in tempo reale la propria posizione su una mappa accessibile dal web. Quest’ultima funzione è obiettivamente angosciante per chi vede nel cammino un momento di libertà e di evasione, ma può essere utile ad esempio a chi si muove da solo su itinerari difficili, per essere raggiunto dai soccorsi in caso di emergenza.

Le guide multimediali

Le sofisticate prestazioni dell’iPhone saranno presto uguagliate da molti altri dispositivi, e ciò aumenterà l’offerta di software e di contenuti interessanti anche per i pellegrini. Ad esempio ci sarà la possibilità di visualizzare sul display del telefono il nome delle montagne, dei villaggi che si osservano dai punti panoramici lungo il percorso, utilizzando software di “realtà aumentata”. Oppure, di fronte a uno dei numerosi monumenti inaccessibili perché non presidiati, sarà possibile collegarsi al web per visualizzare su YouTube un filmato che ne illustra l’interno. O ancora scaricare dal web un’audioguida collegata al navigatore GPS, che oltre alle indicazioni del percorso ci fornisca informazioni utili sulle bellezze artistiche e ambientali che troviamo lungo l’itinerario. I filmati, le fotografie, i testi descrittivi, sempre più spesso saranno prodotti direttamente dai pellegrini, che li pubblicheranno sui social network contribuendo al miglioramento della conoscenza della Via Francigena e alla promozione dell’itinerario.

Le conclusioni

Chi di voi, arrivato fin qui, non è ancora convinto dell’utilità pratica delle diavolerie descritte in questo articolo, tenga presente un ultimo, importante vantaggio di computer, GPS e telefonini: possono essere spenti, semplicemente premendo un tasto. Per sentirsi “veri” pellegrini, come Jules, o semplicemente per sentirsi liberi, come Paolo, che durante il suo lungo viaggio spesso mette in tasca il GPS e vaga per le campagne, tagliando i campi.

Questo articolo è stato scritto da Alberto Conte per conto del MiBAC-DGBID, ed è stato pubblicato sul sito www.francigenalibrari.beniculturali.it 

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Via Francigena: istruzioni per l’uso, di A. Conte

Un viaggio a piedi lungo la Via Francigena è ancora oggi una piccola avventura, che richiede un’adeguata preparazione. Non solo fisica, ma soprattutto logistica e tecnica. In questo articolo trattiamo gli aspetti legati alla segnaletica, alle guide e all’accoglienza lungo il percorso.

Questo articolo è stato scritto da Alberto Conte per conto del Ministero per i Beni Culturali – DGBID, ed è stato pubblicato nella newsletter del sito “Francigena Librari”.Clicca qui per leggere la newsletter completa e iscriverti.

La segnaletica

Rispetto al più noto Cammino di Santiago, in cui la flecha amarilla (la freccia gialla inventata da un parroco galiziano) accompagna il pellegrino lungo tutto l’itinerario, l’orientamento è più difficoltoso, poiché la Via Francigena è ancora oggi segnalata solo in parte, e purtroppo non sempre in modo univoco. E’ infatti recente la “certificazione” di un itinerario ufficiale, riconosciuto dal Governo italiano e dalle Amministrazioni locali, che hanno cercato di mettere ordine in una babele di interpretazioni del percorso, che può cambiare sensibilmente a seconda della guida o della mappa utilizzata dal pellegrino. Attualmente (Dicembre 2009) il percorso italiano della Via Francigena è segnalato per circa il 50% della lunghezza. Per motivi tecnici e amministrativi la posa dei cartelli è avvenuta finora “a macchia di leopardo”, per cui zone in cui la segnaletica è posata con continuità si alternano a zone in cui senza una mappa è impossibile orientarsi. La segnaletica “ufficiale” installata finora lungo l’itinerario è di tre tipi:

  • il tipo D è un cartello conforme al codice della strada, e che viene quindi installato lungo i tratti di percorso in cui transitano anche veicoli a motore;
  • Il tipo E è un piccolo cartello che si presta all’installazione lungo strade campestri e sentieri;
  • Il tipo F è un supporto in alluminio giallo su cui viene installato un segnavia, munito di una freccia. E’ stato concepito sia come segnavia di conferma, sia come segnale direzionale da installare in aree di particolare pregio ambientale.

Oltre alla segnaletica illustrata sopra, il pellegrino incontrerà lungo il cammino innumerevoli altri tipi di indicazioni: dai cartelli turistici simili a quelli di tipo D ma senza le icone dei due escursionisti, a segnavia di vernice con le forme più diverse. A volte tale segnaletica indica il percorso ufficiale, altre volte conduce il pellegrino lungo itinerari descritti da altre guide, o liberamente tracciati da chi li ha poi segnalati. E’ facile immaginare la confusione che ciò genera nel camminatore, che rischia di perdersi a volte perché la segnaletica manca, altre volte perché in uno stesso bivio trova più indicazioni contraddittorie. Per i motivi di cui sopra è consigliabile dotarsi di una guida, e consultarla ogni volta che c’è un dubbio sul percorso: anche se la Via Francigena non attraversa territori disabitati o zone pericolose, perdersi non è mai piacevole, soprattutto dopo aver percorso molti chilometri a piedi.

Le guide al percorso

La guida del percorso ufficiale è scaricabile gratuitamente dal sito MiBAC-DGBID (www.francigenalibrari.beniculturali.it) . E’ costituita da 40 road book completi di mappe in scala 1:25.000, che descrivono bivio per bivio ogni tappa. Il formato (e quindi il peso) dei road book può essere ridotto stampando fronte-retro due pagine per foglio. Chi ha più dimestichezza con la tecnologia può invece orientarsi con un navigatore GPS, scaricando le tracce delle tappe dal sito MiBAC-DGBID.

Superato il primo impatto, il GPS si rivela molto utile, poiché evita al pellegrino la lettura del road book e della mappa in ogni bivio, che alla lunga può risultare stancante. Inoltre se si sbaglia strada il GPS consente di ritrovare rapidamente l’itinerario giusto.

Oltre alla guida ufficiale sono disponibili in commercio altre pubblicazioni, tra cui citiamo le principali:

  • Guida alla Via Francigena (autori D’Atti/Cinti) – Terre di Mezzo Editore – è la guida cartacea più diffusa, e descrive l’itinerario tra il Passo del Monginevro e Roma.
  • TopoFrancigena – edita dall’Associazione Internazionale della Via Francigena, è molto diffusa all’estero;
  • Lightfoot guide to the Via Francigena (autori ed editori Chinn/Gallard), si sta affermando tra il pubblico di lingua inglese;
  • Via Francigena (autrice Birgit Gotzmann) – Conrad Stein editore, molto diffusa tra il pubblico di lingua tedesca.

Esistono altre guide in lingua italiana, meno diffuse. E’ importante che il pellegrino sappia che tutte queste guide propongono percorsi diversi da quello ufficiale (con la sola eccezione della guida di Chinn/Gallard, che si sta uniformando al percorso ufficiale e comunque lo riporta sempre sulla cartografia, anche quando suggerisce una variante). Inoltre tutti i percorsi proposti sono diversi tra loro.

L’accoglienza

Risolto (almeno speriamo), il problema del percorso, bisogna affrontare il tema dell’accoglienza. Anche in questo caso è bene organizzarsi in anticipo, identificando in ogni tappa una struttura ricettiva adeguata alle proprie esigenze. L’organizzazione del Cammino di Santiago, in cui mediamente si trova almeno un “albergue” economico ogni 10 km, in grado di accogliere i pellegrini senza prenotazione, è ancora un sogno. E’ bene informarsi in anticipo, ed avvertire del proprio arrivo almeno il giorno prima. Un elenco delle strutture ricettive può essere scaricato dal sito dell’AEVF – Associazione Europea delle Vie Francigene (www.viefrancigene.eu). Una pubblicazione di nome “Dormifrancigena” può essere acquistata dall’AIVF – Associazione Internazionale delle Vie Francigene ( www.francigena-international.org ) , mentre anche la guida di Paul Chinn elenca numerose soluzioni. Come nel caso della segnaletica, ancora non esiste uno standard per l’accoglienza: le strutture che in Italia si definiscono ostelli, in genere prevedono un livello qualitativo e un prezzo più alti rispetto alle esigenze dei pellegrini. Lungo il cammino di Santiago si dorme in camerate che a volte ospitano più di 100 letti a castello; il coprimaterasso e la federa del cuscino vengono lavati ogni due settimane circa, poiché ogni pellegrino ha il proprio sacco a pelo. Bagni e docce sono in comune, e spesso gli ospiti possono utilizzare la cucina. I prezzi vanno da un’offerta libera a 6 Euro per gli ostelli parrocchiali e municipali, fino a 10 Euro per quelli privati. Gli ostelli italiani in genere costano dai 12 Euro in su, ma non è raro pagare attorno ai 25 Euro per un letto con lenzuola in camera da due o da quattro posti, magari con bagno in camera. Insomma, prezzi congrui ma troppo alti per chi deve stare in viaggio mesi. Un’alternativa agli ostelli sono le parrocchie, che offrono ospitalità in strutture più o meno attrezzate, in genere in cambio di un’offerta. E’ fondamentale portare con se una credenziale, il documento che attesta lo status di pellegrino, e che deve essere timbrato in ogni tappa per poter essere accolti nelle parrocchie e richiedere il Testimonium all’arrivo a San Pietro. La credenziale può essere richiesta all’AEVF o ad altre organizzazioni attive lungo la Via Francigena.

L’ospitalità gratuita in case private

Segnaliamo infine la possibilità di trovare accoglienza gratuita in case private: nel sito www.couchsurfing.org, leader mondiale per lo scambio gratuito di ospitalità, esiste un gruppo, creato da chi scrive, dedicato proprio all’ospitalità dei camminatori http://www.couchsurfing.org/group.html?gid=19653. Al gruppo sono iscritte alcune persone che offrono – senza impegno – ospitalità ai pellegrini lungo la Via Francigena. L’accoglienza in case private è una grande opportunità per approfondire la conoscenza del territorio che si attraversa, e per entrare in relazione con chi lo abita, gettando le basi per amicizie spesso destinate a durare a lungo. Nel Medio Evo il pellegrino veniva spesso ospitato nelle case private perché, secondo il Vangelo, aprendogli le porte si accoglieva il Cristo. Inoltre il viaggiatore che arrivava da lontano portava con se le notizie, i racconti, la conoscenza, la cultura del suo paese e dei luoghi attraversati. Il forestiero era visto come una risorsa, non solo economica ma anche culturale. Un ruolo che oggi purtroppo è andato perduto, e che oggi possiamo recuperare.

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta sulla newsletter del sito www.francigenalibrari.beniculturali.it, il nuovo portale del Ministero per i Beni e le Attività Culturali dedicato alla Via Francigena.

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Il pellegrino, protagonista colto dei grandi itinerari, di A. Conte

Uno dei più illustri studiosi italiani in materia di pellegrinaggio illustra dodici regole fondamentali per riconoscere e valorizzare un itinerario storico e devozionale

Il prof. Caucci Von Saucken, direttore del Centro studi Compostellani di Perugia (www.confraternitadisanjacopo.it), durante un convegno sulla Via Carolingia che si è tenuto a Colle Umberto, vicino a Perugia, il 26 Settembre 2009, ha presentato un dodecalogo dei criteri che devono guidare gli studiosi nel riconoscimento e nella tracciatura di un itinerario di pellegrinaggio:

  1. Un itinerario di pellegrinaggio deve avere una meta, che ne condiziona l’itinerario e gli dà il significato;
  2. Deve avere una struttura ospitaliera di accoglienza, simile a quella che  anticamente faceva capo alle confraternite, agli ordini religiosi, agli ordini dei templari;
  3. devono essere presenti resti archeologici: strade, ponti, ospitali, tombe di pellegrini;
  4. lungo il percorso, ad esempio in affreschi o sulle facciate delle chiese, ci devono essere tracce dei simboli dei pellegrini, segni del loro passaggio: conchiglie, bordoni, segni di riconoscimento che si trovano lungo il cammino;
  5. non possono mancare i segni della devozione religiosa: chiese, cappelle dedicate ai protagonisti del pellegrinaggio come San Giacomo, San Cristoforo, San Rocco, San Martino, magari con cicli pittorici dedicati al pellegrinaggio;
  6. la toponomastica deve richiamare l’appartenenza dei villaggi a un itinerario: Spedalicchio, Ospitaletto, sono nomi che richiamano l’esistenza di strutture di ospitalità, ma anche i paesi che si chiamano come santi pellegrini possono essere un segnale;
  7. la tradizione popolare deve trasmettere leggende di santi e pellegrini;
  8. si devono trovare richiami al pellegrinaggio nella documentazione di archivio: contratti, locazioni, registri delle confraternite e dei monasteri e degli ospedali;
  9. la letteratura odeporica, ovvero i diari di viaggio dei pellegrini, sono fondamentali per conoscere i percorsi; questi possono riguardare sia i personaggi illustri sia il loro seguito (spesso le personalità più importanti viaggiavano con un seguito di decine di persone);
  10. devono essere analizzati i testi letterari (ad esempio chansons de geste, ecc.)
  11. un’altra fonte importante è la cartografia storica;
  12. può comunque essere utile qualunque altro tipo di documentazione: franchigie, transazioni commerciali, ecc.

“Per aprire l’itinerario”, sostiene il Prof. Caucci, “la metodologia deve essere rigorosa: prima di tutto va effettuata l’analisi storica di cui sopra; quindi si deve fare una ricognizione sul territorio, tracciare e descrivere l’itinerario; infine bisogna mandarci più pellegrini possibile, che affinano e aggiustano la strada, e creano nuove necessità.”

Il flusso di pellegrini è quindi determinante per la messa a punto dell’itinerario, secondo il Prof. Caucci che conclude spiegando il suo punto di vista in proposito: “Una volta tracciato un percorso bisogna capire se funziona, e lavorare al suo miglioramento, in un processo che può durare anni.

Il pellegrino è l’elemento centrale, un protagonista consapevole e informato che determina come deve essere il “prodotto”, una persona che sa scegliere e decidere, indipendentemente dalle scelte che sono state fatte da chi ha progettato il percorso”.

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La ricostruzione della Via Francigena, di A. Conte

Dopo 1000 anni l’antico percorso di Sigerico è andato in gran parte perduto, soprattutto a causa dell’espansione della rete stradale. Quali criteri devono guidare la progettazione del nuovo itinerario? Dobbiamo rimanere fedeli ad ogni costo al tracciato originario anche a costo di convivere con il traffico automobilistico? O dobbiamo piuttosto ricreare le suggestioni dell’antico cammino, fatto di silenzio, introspezione e immersione nell’ambiente naturale?

L’antica Via

I Pellegrini che nel Medio Evo si mettevano in viaggio lungo la Via Francigena, diretti a Roma o a Gerusalemme, erano consapevoli di affrontare un’avventura che li avrebbe esposti a pericoli di vario genere e avrebbe messo a dura prova la loro forza di volontà e la loro resistenza fisica. Per loro il viaggio a piedi non era una scelta, le loro gambe erano l’unico mezzo di trasporto che potevano permettersi, e anche per chi non doveva valicare le Alpi per arrivarci, Roma era un traguardo lontano e ambizioso.

In genere non conoscevano i territori che avrebbero attraversato, probabilmente avevano ascoltato i racconti di altri viaggiatori, più o meno precisi e veritieri, dato che pochi interlocutori avrebbero potuto contraddire le loro probabili esagerazioni e vanterie.

Il cammino incominciava dalla porta di casa, da dove il pellegrino imboccava una delle innumerevoli vie per Roma, che convergevano verso meridione nella cosiddetta Via Francigena. Uno strano nome, questo, per una via, che invece di indicare una destinazione precisa definiva una provenienza incerta: il termine Francigena infatti indicava la Via che arrivava dal territorio dei Franchi, coincidente, all’epoca, con vaste aree dell’Europa settentrionale.

Il grande fiume

Mi piace pensare l’antica Via Francigena come un grande fiume, alimentato a nord delle Alpi da innumerevoli ruscelli e torrenti, che affluivano verso il placido percorso padano e convergevano finalmente in un itinerario pressoché univoco in corrispondenza del Passo della Cisa. Come i grandi fiumi cambiavano il proprio corso di stagione in stagione, e di anno in anno, così la Via Francigena cambiava nel tempo. Il tracciato in genere non era pavimentato, la Francigena utilizzava quel che restava delle antiche strade romane come l’Emilia, l’Aurelia e la Cassia, ma laddove queste erano ormai impercorribili sceglieva tracciati alternativi. Si viaggiava quindi lungo un fascio di percorsi più o meno agevoli, che convergevano in corrispondenza di punti nodali come città, stazioni di posta, conventi, luoghi di culto, valichi e guadi. Tra un nodo e l’altro il percorso poteva cambiare sensibilmente, anche a causa dei pericoli o dei disagi che il viandante poteva incontrare: briganti, paludi, tratti invasi dalla vegetazione, sentieri sconnessi o esposti, e altro.

Viaggiare oggi lungo la Via Francigena
Oggi il viaggio lungo la Via Francigena ha ovviamente un significato diverso rispetto al Medio Evo, ma anche sorprendenti analogie.

La differenza fondamentale precede il viaggio stesso, e consiste nella scelta di camminare.

Se agli antichi pellegrini avessero prospettato l’opportunità di accorciare il proprio viaggio utilizzando mezzi di trasporto più veloci e sicuri, la gran parte di loro avrebbe probabilmente accettato di buon grado. Ma non avevano altra possibilità che viaggiare a piedi. Per questo motivo il loro itinerario doveva essere il più lineare e il più breve possibile, perché dovevano arrivare rapidamente a destinazione.

Il pellegrino moderno può arrivare alla meta in poche ore, se lo desidera, utilizzando i mezzi di trasporto che il progresso gli mette a disposizione. La gran parte dei pellegrini al giorno d’oggi si muovono quindi con autobus, treni, automobili, aerei.
Il pellegrino a piedi decide invece consapevolmente di viaggiare con lentezza. E già questa scelta ne fa un pellegrino sui generis, nel cui immaginario il viaggio prevale sulla meta. Che esiste ancora, (altrimenti non si potrebbe nemmeno parlare di pellegrinaggio), ma più importante è il cammino che la raggiunge.

La comprensione e l’accettazione di questo diverso punto di vista sono fondamentali per affrontare il viaggio a piedi lungo la Francigena: la mano dell’uomo si è accanita come un’alluvione sul nostro placido fiume, e ne ha stravolto il corso. Gli antichi tracciati romani, con i loro rettilinei infiniti, sono stati coperti di asfalto, e sono percorsi da un traffico automobilistico rumoroso, inquinante e pericolosissimo per chi cammina.

Come l’antico pellegrino allungava il percorso per evitare i boschi infestati dai banditi, il moderno viandante è costretto a zigzagare attorno alla retta via, su cui sfrecciano tonnellate di lamiera lanciate ad alta velocità.

La ricostruzione della Via

Non si può quindi parlare della riscoperta di un antico percorso, bensì della sua ricostruzione in chiave moderna. L’antica Via Francigena, è ormai perduta. I luoghi che attraversava sono cambiati profondamente, talvolta hanno mantenuto intatto il loro antico fascino, ma spesso sono stati stravolti e devastati.

Persino la meta è cambiata: la Basilica che i pellegrini medievali ammiravano da Monte Mario è stata abbattuta per costruirne una più grande e maestosa, al passo con il proprio tempo. Allo stesso modo la moderna Via Francigena deve essere ridisegnata per tener conto dei cambiamenti avvenuti in 1000 anni nella viabilità e nel paesaggio.

Ciò non deve significare lo stravolgimento del percorso, né può giustificare una certa disinvoltura nelle deviazioni “turistiche” che di tanto in tanto vengono proposte.

Non si deve accantonare il rigore storico, né svilire il profondo significato spirituale e introspettivo del cammino verso Roma; bisogna però comprendere e accettare il punto di vista e le esigenze del moderno pellegrino a piedi. Gli antichi borghi, le incantevoli pievi, le maestose cattedrali, gli ospitali dimenticati, le mansiones citate negli itineraria, i diari di viaggio medievali, devono essere i punti fermi del percorso, e devono essere salvaguardati e valorizzati.

La stessa cura deve però essere dedicata ai pellegrini, alla salvaguardia della loro sicurezza, alla piacevolezza del loro viaggio. Se il loro deve essere – come nel Medio Evo – un viaggio spirituale e introspettivo, il percorso dovrà il più possibile ricreare al giorno d’oggi le condizioni affinché ciò avvenga. Guai a chi si scosta dall’antico percorso della Via Cassia tra Montefiascone e Viterbo, dove si cammina per chilometri lungo l’antico basolato. Ma non si può usare lo stesso rigore filologico a sud di Monterosi, dove ancora oggi le guide più utilizzate dai pellegrini descrivono un itinerario che rispetta il tracciato dell’antica consolare persino in un tratto in cui questa è stata rimpiazzata da una superstrada, che i camminatori devono percorrere nella corsia di emergenza.

Oggi dobbiamo ricostruire le suggestioni dell’antico pellegrinaggio, le atmosfere rarefatte, la profondità degli incontri. Dobbiamo riscoprire un ambiente naturale dimenticato, valorizzare i numerosi paesaggi che lungo la Via Francigena sono sopravvissuti agli assalti della modernità.

Dobbiamo però usare un nuovo filo per legare tra loro le numerose perle artistiche, religiose, culturali che punteggiavano l’antico cammino. E se il nuovo filo sarà un pochino più lungo di quello antico, poco male: molti tratti della Via Francigena sono così belli che vorresti che non finissero mai.

Martedì, 10 Novembre 2009

Alberto Conte

Copyright 2009

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta sulla newsletter del sito www.francigenalibrari.beniculturali.it, il nuovo portale del Ministero per i Beni e le Attività Culturali dedicato alla Via Francigena.

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Alberto Conte – Hic sunt leones

mercoledì 11 marzo 2009

L’antico pellegrino che viaggiava verso Gerusalemme doveva difendersi dalla ferocia dei briganti, dall’aggressività delle fiere, dagli osti senza scrupoli; quello moderno deve fare i conti con l’intolleranza degli automobilisti, con l’isteria dei cani da guardia, e con la scomparsa delle strutture di accoglienza, tale da far rimpiangere i pochi scrupoli degli osti medievali. 
La via Appia, filo conduttore del viaggio dall’Urbe verso il sud, dimostra non solo la perizia degli ingegneri romani, ma anche una lungimiranza e un’attenzione verso le varie categorie di viaggiatori sconosciuta ai moderni progettisti. Camminando lungo lo spettacolare basolato della consolare lungo la Gola di Sant’Andrea, nel basso Lazio, si nota la presenza di due marciapiedi ai lati della strada. Quindi gli antichi romani separavano il traffico “veloce” dei carri e dei cavalli da quello “lento” dei pedoni, che evidentemente erano piuttosto numerosi anche lungo le strade “extraurbane”. La modernità ha cancellato le antiche attenzioni per gli utenti deboli della strada, e il marciapiedi termina alla periferia dei villaggi, spesso in corrispondenza del camposanto: quasi un monito per i temerari che volessero spingersi oltre. 
Hic sunt leones, recitava la scritta che appariva sulle carte geografiche dell’antica Roma, in corrispondenza delle zone inesplorate dell’Africa e dell’Asia. La stessa scritta oggi dovrebbe essere posta sui cartelli che indicano la fine dei centri abitati. Forse non a caso i pochi che osano camminare lungo le moderne strade extraurbane sono spesso migranti, provenienti proprio dalle terre un tempo sconosciute. E l’automobilista guarda con diffidenza a questo popolo in cammino: gente strana, o stranieri, appunto.