Via Francigena

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Camminare, un gesto trasgressivo

Chi viaggia a piedi di città in città, ad esempio lungo la Via Francigena e il Cammino di Santiago, si riappropria di spazi dai quali l’uomo moderno si è ritirato da alcune decine di anni.

Oggi, in Italia, una persona che cammina sul bordo di una strada provinciale con uno zaino sulle spalle viene spesso guardata come se passeggiasse in costume da bagno nel centro di Milano.

Il senso comune ammette la presenza di donne e uomini seminudi lungo una spiaggia o in una piscina, così come ammette la presenza di camminatori vestiti da trekking lungo un sentiero di montagna o al limite in un parco. E chi esce dai confini stabiliti dalla cultura dominante compie un gesto trasgressivo, con il fascino e i rischi che ciò comporta.

Anche se il pedone secondo la legge è il primo utente della strada (nel senso che è il primo ad essere citato nell’articolo 1 del Codice della Strada), e anche se il transito pedonale è ammesso lungo la stragrande maggioranza delle strade italiane, il cartello che indica la fine di un centro urbano rappresenta per chi cammina una moderna versione delle colonne d’Ercole. Chi lo supera si espone a un rischio, poiché oltre quel segnale nessuno prevede la sua presenza.

Innanzitutto chi ha progettato la strada ha lavorato per far viaggiare veloci e sicuri i veicoli a motore, non certo per proteggere gli incauti pedoni. In secondo luogo gli automobilisti non hanno la percezione della loro velocità e della pericolosità della tonnellata di metallo che guidano. Infine il pedone stesso si crede più visibile di quanto in realtà sia, e tende a sopravvalutare la buona educazione e le capacità di guida degli automobilisti. 

Questi ultimi in genere lo vedono come un ostacolo che rallenta la loro marcia, un intruso nel loro territorio. Un territorio dal quale “l’uomo bianco” si è ritirato da alcuni decenni, lasciandolo in balia della modernità. Un territorio in cui in tempi recenti si avventurano quasi esclusivamente i migranti africani ed asiatici.

Nel loro Paese sono ancora abituati a viaggiare a piedi, e le loro strade, anche se importanti e trafficate, prevedono quasi sempre un’ampia banchina con un sentiero su cui possono camminare in sicurezza uomini ed animali. Quindi se decidono di camminare non è solo perché non hanno la possibilità economica di usare altri mezzi, ma perché la loro cultura non considera disdicevole né bizzarro percorrere qualche chilometro a piedi per raggiungere un villaggio vicino. 

Il presidio del territorio

In questo senso hanno molto da insegnarci: ritirandoci dalle “terre di mezzo”, abbiamo rinunciato a presidiare un territorio prezioso, che è stato utilizzato in modo sregolato e disordinato da chi ha speculato sulla nostra assenza.

Chiusi in scatole  lanciate a cento chilometri all’ora, vediamo le nostre periferie come un male necessario, da superare in tempi rapidi. Non ci soffermiamo sulla bruttura delle zone artigianali, invase dai capannoni prefabbricati e dai centri commerciali che costeggiano per chilometri qualunque via di comunicazione, consumando ettari di territorio e deturpando definitivamente il paesaggio. Chiusi nell’utero ovattato della nostra auto, veniamo isolati dal mondo esterno da cristalli che filtrano tutto: luce, freddo, caldo, rumori, profumi, puzze.

Vediamo una nuova circonvallazione e ne apprezziamo la scorrevolezza, senza renderci conto che magari per costruirla è stata deturpata una zona di pregio paesaggistico, e che comunque il territorio è stato tagliato da una barriera spesso insormontabile per chi cammina, poiché difficilmente viene previsto un passaggio pedonale. 

Chiusi nelle nostre auto non notiamo le discariche abusive che nascono come i funghi sui bordi delle strade asfaltate o in mezzo alle strade campestri, pavimentate per centinaia di metri con le macerie depositate da muratori irresponsabili.

Chiusi nelle nostre auto, ci ritiriamo da un territorio che non percepiamo più come bene comune. Il dogma della proprietà privata ci ha fatto dimenticare l’importanza di beni fondamentali per la collettività; l’atrofia del nostro sguardo ci impedisce di comprendere che uno scempio estetico compiuto da un privato ignorante o in malafede sul proprio terreno può avere conseguenze devastanti sul paesaggio, che oltre ad essere un bene collettivo è una delle principali risorse economiche del nostro Paese.

Camminare, un gesto trasgressivo – Seconda Parte

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10 giorni sulla Via Francigena – Giorno 2

Dopo le sei di stamattina ci siamo messi in cammino e finalmente abbiamo preso la Via Francigena, con una sosta a metà percorso nella città di Rieti, transitando per il centro. Non sapevo che Rieti fosse il centro dell’Italia, tra l’altro! Lungo il cammino ho avuto modo di parlare con persone interessanti, ma è soprattutto qui a Poggio Bustone che abbiamo avuto modo di poterci confrontare bene e dove io ho potuto esternare molto di me stesso; l’ultimo tratto è stato di una pendenza notevole, la strada saliva dalla Valle Reatina fino al borgo con una serie di curve sia all’esterno che all’interno, fino al santuario di S. Giacomo dove mi trovo ora.

Oggi ho scoperto ancora di più a proposito dei miei compagni di viaggio, molti di loro hanno portato nel loro bagaglio gioie e dolori, paure e decisioni, come quando un essere decide di rivelarsi per come realmente è e non per la maschera che porta. Dovrebbe essere sempre cosi, ogni giorno della nostra vita. Per quel che so fino ad ora, lo spirito della marcia finisce poi sempre per scomparire.

Ho fatto un giro anche per il borgo dove ho visto molti vicoli caratteristici ed anche la casa della famiglia del cantautore Lucio Battisti.
Domani ci muoveremo verso Monteleone di Spoleto. Una cosa che devo assolutamente apprezzare è quella di aver imparato un nuovo tipo di camminata : quella di Santiago, usata dai viaggiatori del Cammino di Santiago da Compostela; consiste nel dare un colpo di bastone a terra per accompagnarsi ogni 3 passi, questo ripetuto 3 volte, dopodichè si cambia lato e si fa lo stesso. Mi ci sono da subito trovato benissimo, sono veramente contento : un altro grande passo verso la mia grande meta!!

 

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10 giorni sulla Francigena di San Francesco

Innanzitutto, che intendiamo quando parliamo di Via Francigena? Un pò di storia per chi è la prima volta che ne sente parlare : si tratta di una delle vie più antiche del mondo ancora oggi usata come grande strada di viaggio, da camminatori, ciclisti, motociclisti, pellegrini e tutto quello che volete! Il primo a tracciare questo percorso fu un vescovo inglese, Sigerico, che circa nel 758 d.c. si mise in viaggio dalla sua città, Canterbury, fino a Roma.
Da allora questa grande via non è mai stata abbandonata, ma sempre percorsa nelle diverse epoche da persone di ogni tipo e per ogni scopo, e si possono seguire due rotte : l’una va da Roma verso Canterbury, l’altra invece al contrario, da Canterbury verso Roma, a libera scelta di colui che affronta questo viaggio.
Per ora sono arrivato fino in Umbria, ad Assisi, seguendo la parte della Via Francigena di San Francesco. Presto proseguirò sempre verso nord!!
In realtà non è la prima volta che ho percorso la Via Francigena, perchè nel
2008 feci già l’esperienza della Marcia Francescana in cui effettivamente partii da Roma, ma in quell’occasione fu diverso. Non ero ancora viaggiatore, percorsi quelle strade da pellegrino in ricerca spirituale. Un altro contesto, quindi.
Quest’anno invece non sono partito proprio dal Vaticano, come 2 anni fa, ma dalla Valle Reatina, precisamente dal Santuario di Fontecolombo in provincia di Rieti. Però i km percorsi sono pur sempre i km percorsi!!
In seguito riporto le pagine prese direttamente dal mio diario di bordo, che porto sempre con me ovunque vado, compagno fedele e fonte di narrazione di ogni avventura.
Ma ora non voglio più scrivere contorni della storia e parlerò dei 10 giorni sulla Via Francigena vissuti in viaggio insieme ad altri 120 pellegrini provenienti da Lazio, Abruzzo, Molise, Calabria, Sicilia, Campania, Puglia, Irlanda e Inghilterra. Buona lettura!

GIORNO 1 : FONTECOLOMBO – POGGIO BUSTONE

Stamattina io e Federico siamo partiti da L’Aquila alle 8 e 30, conoscevo ormai bene la strada che ci avrebbe condotti a Fontecolombo. Arriviamo sul posto intorno alle 10 e, dato che la marcia è iniziata poi alle 11 e 30, abbiamo avuto tutto il tempo per sistemare i nostri effetti.
La giornata è trascorsa conoscendoci l’un l’altro e sono contento di dire che da subito ho trovato molte persone interessanti. E poi un’altra cosa che volevo fare era confrontare il nuovo me con gli altri viaggiatori : il me di 2 anni fa era chiuso e solitario, ora sono tutto il contrario, socievole e allegro, ma questa è sempre stata in fondo la mia vera natura, molti l’hanno capito e mi ha fatto molto piacere.
Non abbiamo camminato, per tutto il tempo ci siamo conosciuti e confrontati.
Ma io dovevo muovermi : sono sceso per 3 volte lungo la collina sottostante fino alla sorgente di un fiume della Valle Reatina, la Fonte dei Colombi, ed anche ad una grotta di nome Grotta di Frate Leone, dove stanotte dormirò.
La grotta ha assunto nel tempo la forma del corpo del frate, è scolpito nella roccia come se il fuoco ci si fosse stampato.
Voglio provare la sensazione di dormire sotto una roccia come facevano molti tanti anni fa. Sono certo che andrà bene.
Vado a riposare, attendendo l’inizio del cammino di domani! Via Francigena arrivo!

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Pellegrini si diventa (III)

….e fu così che il 31 luglio entrai a Roma con i compagni pellegrini dalla Via Trionfale, che di trionfale non ha più nulla. Era quasi l’una ed eravamo affamati. La strada da Campagnano Romano alla capitale aveva attraversato boschi e campi dorati ma la periferia assolata era stata un’esperienza frustrante. Ma la meta era talmente vicina….
Una pizza e una birra e poi ancora un po’ di strada, ma poca, ed eccoci in città.
Che soddisfazione.
Nel primo pomeriggio ci fu un incontro con il Ministro della Cultura e con la Commissaria Europea, cerimoniale  di cui avremmo anche fatto a meno, ma che sopportammo pazientemente per amore della Via Francigena.
Alberto e Federico, capi della tribù e della spedizione, si presentarono, ed erano magnifici, in giacca e cravatta.
Targhe, saluti, buoni propositi, sorrisi, scambi di doni, fotografie, progetti, salamelecchi.
Alle quattro, sudata ma felice, arrivai in San Pietro e ricevetti l’attestato di peregrina romea.
I pellegrini romei sono quelli diretti appunto a Roma. I palmieri sono quelli che vanno in Terra Santa e a Gerusalemme. I peregrini giacobei  sono quelli che si recano in Galizia a visitare il sepolcro di Santiago, come narra Dante Alighieri.
Davanti al Pantheon foto ricordo di tutto il gruppo che qui si separò temporaneamente.
Mi avviai in autobus verso il periferico ostello gestito dalla Suore Vietnamite dove avrei passato la notte. Un viaggio interminabile, prigioniera in un mezzo con le ruote e il motore !!!!
La cena di fine cammino, a cui si unirono anche amici, mogli e fidanzate arrivate nel frattempo dal Nord, fu un tripudio della cucina romana che mia madre, che da lì veniva, mi aveva fatto amare fin da bambina: carciofi alla Giudia, fritto misto, bucatini all’ amatriciana e spaghetti cacio e pepe, puntarelle con le acciughe, cicoria strascicata con aglio e peperoncino, abbacchio, saltimbocca e scottadito………
E vino bianco dei Colli, naturalmente.
Impossibile non cantare in coro, stonati, esausti e felici: Quanto sei bella Roma quand’è sera….
  Tornata a casa andai a cercare l’etimologia di pellegrino.
Scoprii che deriva dal latino peregrinus che, tratto dall’avverbio peregre (per: fuori + ager: agro, territorio, paese), assume il significato di “straniero”, “forestiero” (letteralmente “che proviene o viaggia al di fuori del paese”).
E così capii di essere una straniera anch’io.
In verità lo sospettavo.

Un giorno in libreria comprai “Camminare”  (Walking, 1862) di Henry David Thoreau, grande pensatore e viandante appassionato.
Ribelle e visionario, seguace delle teorie di Ralph Waldo Emerson, fondatore del movimento kantiano del Trascendentalismo, il giovane Thoreau si chiese un giorno come fare a mettere in pratica i precetti ambientalisti e pacifisti del suo maestro.
Nelle Rêveries du promeneur solitaire di Rousseau trovò la risposta che cercava.

“Non ho mai tanto pensato, tanto vissuto, non sono mai tanto esistito, stato tanto me stesso, quanto nei viaggi che ho compiuto da solo e a piedi.”

Così capi’ che la soluzione era una sola: camminare.
D’altra parte l’avevano detto anche i saggi dell’antichità che deambulare è il vero rimedio per i mali dell’anima.
Gli allievi di Aristotele si chiamavano peripatetici, dal greco peripatein (passeggiare), proprio per questo.
I sofisti invece si spostavano a piedi di città in città per insegnare la retorica.
E gli stoici discutevano di filosofia passeggiando sotto la Stoa, i portici di Atene.

Camminare sul serio, penetrare i boschi, attraversare i fiumi e i laghi, valicare le vallate, incontrando la natura incontaminata e selvaggia, questo decise di fare il giovane Thoreau.
Che scrive:

“Credo nella foresta e nel campo e nella notte in cui cresce il grano.”

Non avevo mai letto nulla di simile e ne rimasi incantata.
Scoprii, grazie a lui, il Grande Ovest, verso cui dirigeva il suo lento andare.
E riscoprii, sempre grazie a lui, un autore del XIV secolo che avevo studiato al liceo e completamente dimenticato, Geoffrey Chaucer e i suoi Racconti di Canterbury.
Centoventi storie narrate da un gruppo di pellegrini durante il loro pellegrinaggio dalla Locanda del Tabarro a Southwark alla Cattedrale di Canterbury, per visitare il santuario di San Tommaso Becket.

“E gli uomini ricercano pellegrinaggi,
e i pellegrini terre sconosciute.”
(G. Chaucer-The Canterbury Tales, Prologo)

E prima ancora, nel X secolo, il Vescovo Sigerico rientrò a Canterbury da Roma dove aveva ricevuto dalle mani del Papa il Pallio, il mantello bianco che rappresenta la pecora che il Cristo porta sulle spalle.
Tornò a piedi e tracciò, in 79 tappe, la Via Francigena.

Non avevo bisogno d’altro per decidere di incamminarmi di nuovo, appena possibile, anch’io verso occidente….

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Baccelli sulla carreggiata

Il maggio scorso, tra Sarzana e il mare, seguivo con millimetrica precisione la banchina della provinciale. Troppe auto a sinistra, troppe canne palustri sporgenti a destra. La bici con le borse, bersaglio facile per gli scalmanati in corsa per un posto sul bagnasciuga, col primo sole. I baccelli erano ovunque, difficile schivarli. Fave e piselli. Le tracce inequivocabili dei motocarri portavano ai campi al lato della strada, dove era in corso la raccolta. La traccia si perdeva oltre Marinella e Carrara, tra  stabilimenti balneari e porto dei marmi, nel traffico ancora più caotico.

Volendo pedalare da Sarzana a Roma sulla via Francigena, potevo scegliere tra una via filologica, pedemontana, nel labirinto motorizzato della conurbazione Sarzana-Avenza-Massa, oppure potevo mettermi nei panni di un pellegrino all’alba dell’anno 1000: cosa avrebbe fatto, potendo scegliere, lo scudiero dell’arcivescovo Sigerico? Avrebbe rischiato di azzoppare la sua cavalcatura su una strada irta di insidie, oppure avrebbe scelto una tranquilla ippovia litoranea? Ci fosse stata, nel X secolo, l’avrebbe scelta, ma non c’era. Oggi invece c’è il suo equivalente per la “due ruote”: una comoda e riposante ciclopista che dal Cinquale porta fino a Pietrasanta. Poco filologica, ma non è detto. Nicholas de Munkathvera – abate islandese e pellegrino qualche tempo dopo il celeberrimo Sigerico – notò e lodò le spiagge della Versilia.

Quelle, a dire il vero, non ci sono più. Non come le vide Nicholas, e nemmeno come le vide e visse, meno di cent’anni fa, Gabriele d’Annunzio, inventore della villeggiatura balneare e poeta. Un ultimo lembo di quella meraviglia rimane all’oasi WWF di Vittoria Apuana, dove barricate ambientaliste proteggono un ultimo residuo di duna litoranea, dove se è fortunato, il pellegrino coglie, passando, l’attimo fuggente della fioritura del vilucchio di mare.

Appena oltre la torre della colonia FIAT, a Marina di Massa, ho ricominciato a seguire la pista dei baccelli, che non erano più sulla carreggiata, bensì erano offerti a modico prezzo accompagnati da pecorino a una festa paesana e ruspante di Rifondazione Comunista. Ma può una sedicente pellegrina sulla via Francigena cedere alla tentazione di fermarsi davanti a un piatto di baccalà marinato, per giunta servito da mani autentiche di cavatore, con probabili inclinazioni anarco-insurrezionaliste?
La risposta è, naturalmente, sì, la pellegrina si ferma eccome, si cala nel reale, nel qui e ora, al ritmo della colonna sonora tutta rocchettara della festa paesana. Lo scudiero di Sigerico avrebbe fatto altrettanto.

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Pellegrini si diventa

Molti anni fa ho sentito un direttore d’orchestra e compositore francese, Pierre Boulez, raccontare come la musica prendesse forma nella sua mente durante i suoi pellegrinaggi da Parigi a Lourdes. Con lo zaino in spalla ed il bordone si incamminava ogni anno e mentre andava lentamente verso la meta nascevano armonie, melodie, accordi, variazioni, modulazioni che, una volta tornato a casa, si trasformavano in piccoli segni neri su un pentagramma e assumevano l’aspetto concreto di sinfonie, sonate, composizioni per voce e per strumenti.

Quello che allora mi aveva impressionato era scoprire che camminare verso una meta lontana, passo dopo passo, genera  uno stato mentale, libero e leggero, durante il quale il pensiero razionale e analitico svanisce per lasciar posto a quello creativo, intuitivo e associativo.

Scoprii anche, lo ignoravo, che esistono antiche vie medievali che solcano l’Europa e il mondo intero per condurre alle città sante, Roma, Gerusalemme e Santiago de Compostela e che in ogni momento migliaia e migliaia di viandanti percorrono quelle strade millenarie, ognuno con le sue motivazioni personali ma tutti uniti da una profonda ricerca spirituale ed esistenziale.

La ricerca dell’infinito? Forse.
La ricerca dell’assoluto? Anche.

Una comunità in cammino alla quale decisi, ma senza averne ancora coscienza, che un giorno mi sarei unita.
In un momento doloroso della mia vita quello mi sembrò il modo di riuscire a credere in un futuro migliore e promisi a me stessa che quando il peggio fosse passato sarei partita.
Ci vollero molti anni ma un giorno la decisione fu presa e non sapendo come fare perché non sapevo niente di niente cominciai comprando una Guida al Cammino di Santiago.
Si rivelò un’ottima idea.

E fui davvero sorpresa nel capire al volo come in fondo organizzare il viaggio fosse semplice.
Bastava comprare uno zaino di buona qualità, riempirlo nel modo giusto di poche cose essenziali, decidere una data e saltare sul primo treno per Saint Jean Pied de Port, ai piedi dei Pirenei francesi.

Tutto qui? Si, tutto qui. 

Però poi, pensai, ci sarebbero stati quasi ottocento chilometri da fare a piedi, giorno dopo giorno…..
Questo era un po’ più complicato.
Così decisi di lanciare un messaggio su un sito di pellegrini, scelto a caso. Il mio click cadde su pellegrinando.it e sulla sezione in cui si incrociavano partenze e arrivi.
Lì trovai una compagna di viaggio e il coraggio di cominciare a pensarci seriamente.
Si, ma come prepararsi?
Il caso, come spesso accade, risolse il problema per me e per Lalla, futura collega camminante.
Ricevetti una mail che allora mi sembrò di incerta provenienza ma ora so bene che arrivava da persone straordinarie in cui si annunciava che il primo di luglio (eravamo nel 2008), migliaia di persone sarebbero partite per Roma in macchina, in treno, in aereo.
E allora? mi dissi, ma continuai a leggere.
Ma….proseguiva l’articolo…. un piccolo gruppo di persone partirà a piedi…e arriverà alla meta il 31 luglio.
A piedi? Questi sono pazzi, fu il mio primo pensiero.
E poi? Il 31 luglio? Un mese di cammino? Ma dai…
Il secondo pensiero fu….ma io parto con loro.
E così una mattina uscii di casa, come Pierre Boulez quando partiva per Lourdes, con gli scarponi da viandante, lo zaino, i bastoncini e mi avviai al punto d’incontro con chi, come me, quel giorno avrebbe intrapreso il suo lungo viaggio verso Sud…..

Come scrisse Walt Whitman « A piedi e con cuore leggero mi avvio per libera strada…»

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Proposta di co-housing sulla Via Francigena

Siamo un gruppo di persone il cui sogno è trasferire nel nostro cammino di vita quotidiana quanto sperimentato nei nostri cammini fisici, spirituali ed iniziatici. L’aspetto più importante che sentiamo il bisogno di vivere quotidianamente è la relazione amorevole e di accoglienza che è così facile vivere nei cammini e sembra così complicato vivere nel quotidiano. E poi la semplicità, l’essenzialità, l’incontro con l’altro come arricchimento e non come limitazione alla mia libertà, l’armonia, l’imparare ad affidarsi…

Ogni volta che ci capita di parlare con pellegrini ed ospitaleri ci accorgiamo di questo bisogno/desiderio condiviso: portare Santiago nella nostra vita. Ma in realtà è un bisogno condiviso anche da chi non è mai stato sul cammino di Santiago: è il sano bisogno di ogni essere umano di riconoscersi parte viva ed integrata dell’umanità e dell’Uno ed in questo momento storico di apparente separazioni e conflitti diventa più pressante che mai. Non è un caso il moltiplicarsi di iniziative di co-housing, eco villaggi, gruppi GAS, banche etiche e del tempo, bilanci di giustizia, cammini storici e nuovi.
Vorremmo creare un co-housing/eco villaggio lungo un cammino (preferibilmente lungo la Via Francigena sul lago di Bolsena) in cui convergano il soddisfacimento di diversi bisogni/desideri.
Ci sembra importante che sorga lungo i cammini per diversi motivi tra cui la sinergia tra cammini fisici e cammini di crescita spirituale/sociale e personale, la potenzialità dei cammini di fungere da acceleratori dei processi di cambiamento sociale e l’arricchimento derivante dalla diversità dei pellegrini (essenziale soprattutto in una struttura nascente e di piccole dimensioni).

A puro titolo esemplificativo elenchiamo alcuni bisogni/desideri che a noi piacerebbe soddisfare ma è ovvio che i punti specifici deriveranno dalle competenze e dai desideri dei partecipanti: 1) crescita personale, sociale e spirituale dei partecipanti (un luogo in cui favorire l’apprendimento dell’interazione dell’altro grazie all’utilizzo di tecniche per raggiungere il consenso decisionale, condivisione delle proprie competenze ed apertura agli insegnamenti degli altri); 2) luogo di lavoro che ne permetta il sostentamento (produzione per uso interno ed eventuale vendita di prodotti alimentari, organizzazione di corsi, seminari, terapie individuali e di gruppo); 3) punto di riferimento per il territorio (banca del tempo, gruppi GAS, biblioteca, conferenze, seminari, laboratori); 4) punto di accoglienza e di informazione per i pellegrini (accoglienza, cammini guidati, affitto materiale, segnaletica ed identificazione sentieri, divulgazione); 5) altro (laboratori artistici/artigianali, etc)

Pensiamo che quello che sembra impossibile e utopico come sogno individuale possa essere realizzato con naturalezza e senza sforzo da un gruppo di affini che condividano la direzione per cui…se sei interessato puoi rispondere qui oppure sul forum del sito www.pellegrinibelluno.it oppure all’ indirizzo immacolata.coraggio@fastwebentnet.it

L’idea è contarci, conoscerci, confrontarci, esplorare i nostri punti di forza e di debolezza, valutare le nostre competenze e potenzialità, elaborare un progetto organico e provarci. Vorremmo organizzare un primo incontro in occasione del capodanno (31 dicembre 3 gennaio, luogo e programma da definire insieme).

Nel frattempo buon cammino ovunque la vita vi porti.

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Dal bordone ai bastoncini

Oltre che un segno distintivo dello status di pellegrino, il bordone era in passato uno strumento molto utile, ed è spesso utilizzato anche al giorno d’oggi come segno distintivo, anche se i moderni pellegrini spesso preferiscono i bastoncini telescopici. Uno dei tratti distintivi dell’antico pellegrino era il bordone, un lungo bastone di legno, spesso corredato da una zucca vuota che serviva da borraccia.

Molti pellegrini viaggiano tuttora verso Santiago e verso'' Roma muniti di bordone, ma sono molti di più quelli che sacrificano il look “autentico” e scelgono di viaggiare con le mani libere, o – in numero minore – con moderni bastoncini telescopici.
Ma ha senso utilizzare i bastoncini lungo un percorso come la Via Francigena? Come spesso accade non esiste una risposta univoca, poiché si tratta di un accessorio che molti amano e forse altrettanti odiano. Utile in alcune situazioni, molto fastidioso in altre.
Cercherò in questo articolo di illustrarvi la mia personale opinione, corredandola quando possibile con dati oggettivi, semplicemente per fornire ai lettori qualche informazione utile per la scelta.
In generale, lungo i percorsi escursionistici, l’uso dei bastoncini presenta vari vantaggi:
•    una minore sollecitazione degli arti inferiori, con benefici sulle articolazioni (fino al 25-30% del peso viene scaricato sulle braccia), e una diminuzione del rischio di storte e infiammazioni;
•    un esercizio fisico molto più completo, poiché viene messo in movimento un numero di muscoli molto superiore;
•    un miglioramento nella respirazione;
•    una maggiore energia nella progressione, soprattutto se si usano i lacci dell’impugnatura come appoggio; la velocità di camminata a parità di condizioni può aumentare anche del 20-25% senza che il pellegrino se ne renda conto;
•    un miglioramento della sicurezza in alcuni passaggi scivolosi (per fango, ghiaccio o neve), e esposti; in particolare nel superamento dei guadi due punti di appoggio in più sono fondamentali, e diminuisce di molto il rischio di perdere l’equilibrio;
•    infine, i bastoncini sono molto utili per tenere lontani cani aggressivi (incontro che può essere relativamente frequente lungo la Via Francigena).

 
I bastoncini presentano però alcuni importanti difetti:
•    pesano, e quindi quando non vengono utilizzati contribuiscono a caricare ulteriormente il nostro già pesante zaino;
•    tengono le mani occupate, un difetto particolarmente sentito da chi deve maneggiare strumenti, mappe o la macchina fotografica lungo il percorso;
•    sui terreni compatti e soprattutto sull’asfalto possono vibrare fastidiosamente e trasmettere la vibrazione alle braccia, e possono essere molto rumorosi; non a caso i bastoncini di qualità sono dotati di sistemi antivibrazione e di copri-puntale in gomma;
•    in caso di temporale possono diventare molto pericolosi, poiché le punte, soprattutto se orientate verso l’alto, possono fare da parafulmine; meglio quindi riporli all’interno dello zaino con le punte verso il basso, e nei casi più estremi conviene lasciarli lungo il sentiero o comunque allontanarli durante le soste;
•    se non sono di ottima qualità possono chiudersi improvvisamente, facendo mancare il sostegno e provocando cadute potenzialmente pericolose, perché ovviamente il cedimento capita molto spesso quando abbiamo più bisogno dell’appoggio;
•    le chiusure dei bastoni di qualità non elevata creano anche il problema opposto: soprattutto in presenza di grandi sbalzi di temperatura si bloccano, e non si riesce più ad accorciare i bastoncini;
•    se sono di ottima qualità costano molto, e se non sono di ottima qualità, come avrete capito, è meglio con comprarli.
Anche se i bastoncini sono dotati di copri-puntale in gomma, se percorrete lunghi tratti su asfalto questo tende a bucarsi dopo pochi giorni. Un sistema molto economico e funzionale per non dissanguarsi con i ricambi consiste nell’utilizzare dei comuni tappi di plastica per spumante, che possono essere acquistati in qualunque negozio di ferramenta. I tappi sono costruiti con una plastica molto robusta, e possono essere fissati sulla punta con del nastro isolante. Per migliorare la durata e smorzare ulteriormente le vibrazioni potrete inserire nel foro del tappo delle piccole guarnizioni in gomma, acquistabili in un negozio di idraulica.
Un altro particolare al quale prestare attenzione sono le impugnature: vanno evitate quelle di plastica, che creano una sudorazione eccessiva e che possono provocare vesciche o abrasioni sulle mani. Meglio quelle di sughero o di spugna compatta, soprattutto se sono molto lunghe e coprono anche una parte del bastoncino. Ciò consente di modificare la lunghezza del bastoncino durante l’uso, semplicemente cambiando la posizione della mano. Infatti i bastoncini vanno tenuti più corti in salita, più lunghi in discesa, e con un angolo del gomito di circa 90 gradi in piano. Inoltre nei “traversi” il bastone a monte deve essere molto più corto di quello a valle.
Infine, una domanda sorge spontanea: perché usare due bastoncini, e non uno solo, oppure un normale bastone da passeggio, o meglio un tradizionale bordone? Perché due bastoncini rendono simmetrica la camminata, distribuiscono lo sforzo allo stesso modo sui due lati del corpo. In caso contrario l’asimmetria può caricare in modo diverso muscoli e articolazioni, e il bastone alla lunga può creare qualche problema anziché essere di sollievo: in generale, nelle lunghe camminate, è bene che il carico dello zaino e lo sforzo siano simmetrici.
Ciò premesso, in generale consiglio a chiunque di provare a utilizzare i bastoncini almeno una volta: ho visto camminatori molto scettici innamorarsi dopo un’ora di utilizzo, tanto da non poterne più fare a meno, mentre altri invece preferiscono la camminata “a mani libere” e li considerano un peso inutile.

Alberto Conte – itinerAria
www.itineraria.eu

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Un punto dolente del Cammino di Santiago: ne parliamo o lo nascondiamo sotto il tappeto?

Scrivo un post diverso dal mio solito. Questa vota niente immagini poetiche, niente emozioni calde, nessuna riflessione profonda…voglio, anzi in verità non vorrei, ma credo sia necessario farlo, parlare di un problema che sul Cammino di Santiago sta diventando sempre piu’ grave: le cimici.

In quanto ospitalera mi sono forse resa conto con piu’ chiarezza di quanto sia diffuso e di auanto poco si faccia per arginarlo: le autorita’ non ne parlano perche’ non volgiono ripercussioni economiche negative sul Cammino, i pelegrini non ne parlano perche’ si vergognano, gli ospitaleri non ne parlano perche’…per mille motivi…ma in realta’ gli ospitaleri, alcuni ospitaleri, sono i soli che ne parlano e cercano in qualche modo di
arginarlo.

Noi a Bercianos, facevamo accomodare i pellegrini, limonata, caramelle, cioccolata e quando ci sembrava che il pellegrino fosse abbastanza rinfrancato da intendere le nostre parole, prima ancora di registrarlo e dirgli dove mettere le botas…gli chiedevamo ze avesse avuto problemi con le cimici.

Ebbene non c’e’ stato giorno in cui non ci fossero pellegrini che avevano avuto problemi. Solo in pochissimi casi avevano poi disinfettatto zaino, sacco a pelo ed abito. e pochissimi erano andati da un medico.

Ci sono arrivati pellegrini che stavano malissimo, morsi da giorni che continuavano a peggiorare il loro stato di salute e a spandere cimici, perche’ per pauira, per vergogna , per ignoranza non lo avevano detto a nessuno.

Un pellegrino tedesco e’ stato infettato a Zubiri!!! al primo giorno di cammino e ne ha parlato per la prima volta a noi alla 17esima tappa. Aveva febbre forte, tutto il corpo gnfio e aveva deciso di tornare a casa l’indomani perche’ stava proprio male!!! Lo abbiamo portato dal medico, iniezioni di antibiotici ed antistaminici e l’indomani si e’ rimesso in cammino.

Ci ha detto piangendo che aveva dormito per la prima volta dalla partenza, che era il primo giorno che si sentiva bene. Non la finiva piu’ di ringraziarci. Ma intanto non l’aveva detto neanche a noi. Nonostante le nostre domande al suo arrivo, ha taciuto e come anche qualche altro, ce l’ha detto poi a sera tarda (quanlcuno adirittura ce lo divceva l’indomani, dopo la colazione)!!!

Questo ci obbligava ad una disinfestazione di tutto l’albergo, cambio di lenzuola e soprattutto metteva a rischio gli altri pellegrini. Perche’? mi chiedo perche’ e’ cosi’ difficle parlarne? Se non ne parliamo, se non troviamo modi collettivi di affrontare il problema il cammino di Santiago in breve tempo scomparira’ per il panico di infezione…

Con un veterinario spagnolo abbiamo butato giu’ alcune idee, ma non so se poi mi contattera’…pwer ora scrivo qui… Secondo noi bisognerebbe fare un team di esperti (medico, veterinario, ospitalero, etc) tutti pellegrini e stilare un “protocollo” di indicazioni per pellegrini, ospitaleri, autorita’ samnitarie, case editrici, etc.

Farlo girare e raccogliere piu’ firme possibili e soprattutto anche firme “famose”. Poi presentarlo ai diversi interlocutori, soprattutto autorita’ spagnole (e francesi) per cercare di avere modalita’ di azione coordinate e non basate sulla improvvisazione e buona volonta’ (come e’ stato per noi e per alcuni altri albergue che si preoccupano del problema).

Beh, ora vi saluto, il tempo sta scadendo…ma vi prometto al mio rientro tra pochi giorni un post piu’ piacevole 🙂 

Buon cammino a tutti a chi e’ in cammino sui sentieri della vita e a tutti gli altri comunque in cammino sui sentieri della vita!

Immacolata 

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L’accoglienza “povera” e lo sviluppo della Via Francigena

Dal 12 al 14 Marzo 2010 è tenuto a Monteriggioni un corso per “hospitaleros voluntarios”, che poi durante l’estate hanno gestito alcuni ostelli lungo il Cammino di Santiago, e che potrebbero in futuro prestare servizio lungo la Via Francigena. Qual’è l’importanza del lavoro dei volontari per lo sviluppo economico dei territori attraversati da un grande itinerario culturale?

 

Gli hospitaleros voluntarios

Ogni anno migliaia di persone dedicano un periodo del loro tempo libero alla gestione di un ostello lungo il Cammino di Santiago. Si tratta di un servizio volontario e non retribuito, il più delle volte gestito da associazioni locali di Amigos del Camino. Gli hospitaleros voluntarios sono pellegrini che, dopo aver percorso il proprio cammino, decidono di partecipare attivamente allo sviluppo dell’itinerario più famoso del mondo. In genere lavorano per una o due settimane presso un albergue, gestendolo da ogni punto di vista: dall’accoglienza ai pellegrini alle pulizie, dal fare la spesa a fornire agli ospiti tutte le informazioni utili. Gli ospitalieri sono eredi di una tradizione millenaria, che risale al Medio Evo, quando chi compiva un pellegrinaggio era considerato un ospite sacro, e come tale doveva essere accolto. Il loro ruolo è fondamentale per la salvaguardia dello spirito profondo del Cammino di Santiago, dell’atmosfera che avvolge il fiume di persone che ogni mattina si mettono in marcia verso la tomba dell’Apostolo. La gratuità del servizio degli ospitalieri è in se un valore: in un mondo in cui tutto sembra avere un prezzo, l’incontro quotidiano di gesti gratuiti (il cammino del pellegrino, il lavoro dell’ospitaliere) è uno degli aspetti magici del viaggio verso Santiago, che lo rendono diverso da qualunque altro cammino.

 

Un rito collettivo

Il Cammino di Santiago è un rito collettivo che coinvolge ogni anno centinaia di migliaia di persone, che si mettono in viaggio caricandosi sulle spalle uno zaino che contiene il minimo indispensabile per vivere, e simbolicamente si tolgono di dosso i macigni che appesantiscono la loro vita quotidiana: il lavoro, gli impegni familiari e sociali, l’apparenza, i debiti, i soldi. Provano l’ebbrezza di una vita semplice e libera, trascorrono le giornate con persone come loro, da cui si sentono accolti e capiti. Si sentono parte di una comunità in cui non è importante quello che fanno, ma quello che sono. I pellegrini condividono in una stessa giornata gli spazi sconfinati del Cammino e le camerate anguste degli ostelli, in cui le differenze di età, sesso, nazionalità, religione, classe sociale vengono appiattite: decine di persone abitano in pochi metri quadrati, senza alcuna difesa per la propria intimità. La fatica quotidiana stravolge l’aspetto fisico delle persone, che al loro arrivo negli ostelli condividono gli odori, i respiri pesanti, gli occhi gonfi al risveglio, i colori della biancheria intima stesa ad asciugare. Pezzi della loro vita e della loro giornata, in genere salvaguardati gelosamente, escono dalla sfera privata per diventare di pubblico dominio. In questa situazione le barriere si abbattono, e l’assenza di difese rende unici i rapporti tra i pellegrini in cammino, e dei pellegrini con se stessi. Il pellegrino in cammino prova una sensazione di libertà senza uguali, si avvicina all’essenza, che può trovare in se stesso, negli altri, nella religione, nella spiritualità, nella bellezza, o in tutte queste cose insieme. Allontana da se una quotidianità fatta spesso di apparenza e di falsità, governata da una cronica mancanza di tempo e da esigenze pratiche in cui il denaro assume un’importanza centrale. Camminare diventa un gesto trasgressivo, con cui il pellegrino stravolge la scala dei valori che governa la società moderna: chi cammina non consuma e non produce. Viaggia leggero, il suo passaggio contribuisce marginalmente all’economia del territorio che attraversa, ma può avere un impatto importante sulla crescita culturale e personale delle persone incontrate lungo la via.

 

Le due anime del Cammino

Eppure il Cammino di Santiago è uno dei principali prodotti turistici europei, una risorsa che genera milioni di Euro di fatturato annuo, e che ha risollevato l’economia di alcune aree tra le più povere della Spagna, come la Galizia. Come è possibile la convivenza tra le due anime del Cammino di Santiago, quella no-profit/low cost dei volontari e dei pellegrini a piedi, e quella profit degli operatori turistici al servizio dei turigrini (così vengono chiamati i turisti lungo il Cammino)? Nella risposta a questa domanda risiede uno dei segreti del successo del Cammino, e per questo è importante che chiunque si occupa della Via Francigena abbia ben chiari i meccanismi che governano l’economia del pellegrinaggio verso Santiago. Le attrattive che rendono indimenticabile il Cammino di Santiago non sono le meravigliose chiese, i paesaggi sconfinati, il silenzio dei villaggi, i sapori dei cibi che si possono gustare. Tutto ciò è molto bello, ma certo non unico: se pensiamo al mix di paesaggio, storia, cultura, religione che caratterizza il percorso della Via Francigena, l’itinerario spagnolo non regge il confronto. La magia del Cammino di Santiago risiede nel flusso ininterrotto di persone che lo percorrono ogni giorno dell’anno. La fatica, il sudore, il dolore che si mescolano senza soluzione di continuità con il sorriso, l’emozione, la bellezza. L’economia del Cammino di Santiago è fondata sul flusso di turisti che da tutto il mondo raggiungono il nord della Spagna attratti dalla suggestione, dal fascino misterioso, dai racconti, dalla bellezza dell’immagine del fiume di persone in cammino. In questo senso il Cammino di Santiago coincide con i pellegrini che lo percorrono e gli danno vita, passo dopo passo. I pellegrini non transitano lungo il Cammino: loro sono il Cammino. Le 150.000 persone che nel 2009 hanno raggiunto Santiago a piedi o in bicicletta hanno contribuito solo in parte al fatturato dell’industria turistica spagnola: l’indotto di turisti che hanno viaggiato in auto, moto, autobus, è stato almeno 10 volte superiore, con una spesa media giornaliera ben più alta. Tuttavia chi conosce la fisica sa che non può esistere l’indotto senza l’induttore, e quindi non esisterebbe il turismo lungo il Cammino di Santiago senza i pellegrini a piedi. Non esisterebbero i numerosissimi alberghi, B&B e pensioni che accolgono i turisti a prezzi di mercato senza gli ostelli che ospitano i pellegrini per pochi Euro al giorno. Chi vuole sviluppare la Via Francigena come itinerario turistico e culturale deve quindi comprendere che la pretesa di richiamare i turisti prima di creare un flusso continuo e numeroso di pellegrini a piedi è velleitaria, significherebbe mettere il carro davanti ai buoi. Il potenziale economico del “prodotto” Via Francigena è enorme, ma non si potrà esprimere senza lo sviluppo della microeconomia dell’accoglienza a basso costo, in cui il ruolo dei volontari sarà determinante.

 

Il corso di Monteriggioni

Le considerazioni di cui sopra sono state alla base del corso che si è tenuto in Toscana dal 12 al 14 marzo 2010, organizzato da itinerAria con il sostegno del Comune di Monteriggioni. Sette veterani spagnoli, membri dell’organizzazione spagnola Hospitaleros Voluntarios, che gestisce una ventina di ostelli lungo il Cammino di Santiago coordinando il lavoro di più di 3000 volontari, hanno gestito la formazione degli aspiranti ospitalieri italiani. Il corso, presentato alla fine del 2009, ha avuto un successo inatteso: a fronte di una ventina di posti disponibili sono arrivate numerosissime richieste, tanto che le iscrizioni sono state chiuse con largo anticipo e il numero totale dei partecipanti è stato portato a 25. Molti “novizi” che non hanno potuto frequentare il corso in Italia si sono recati direttamente in Spagna, dove hanno affiancato per qualche giorno un veterano prima di gestire personalmente un ostello. Dopo il corso, i volontari hanno scelto un periodo di due settimane in cui lavorare in un albergue spagnolo. L’obiettivo del corso era quello di creare un nucleo di ospitalieri che dopo l’esperienza spagnola fossero disponibili a ripetere l’esperienza in Italia, lungo la Via Francigena. A tale scopo però è fondamentale che le Istituzioni e le Amministrazioni Locali comprendano l’importanza del lavoro volontario, creando i presupposti per lo sviluppo di un’accoglienza “povera”. Scuole, oratori, palestre, ambulatori, caserme, edifici pubblici sotto-utilizzati o abbandonati potrebbero diventare dei validi posti tappa lungo la Via Francigena, e con un minimo investimento potrebbero svolgere una funzione di utilità sociale. Ciò richiede però una strategia precisa, e un coordinamento forte, in grado di incidere sulle normative e sulle leggi nazionali e regionali, che spesso ostacolano la creazione di strutture non classificabili con i criteri della ricettività turistica. Un contributo determinante deve essere fornito anche dagli operatori turistici, che nelle strutture di accoglienza spartana non devono vedere una minaccia bensì una straordinaria opportunità di sviluppo: la rete degli ostelli economici deve essere vista come parte di un’infrastruttura viaria. Una strada verde, da costruire anno dopo anno con un “cantiere della bassa velocità” che potrebbe cambiare radicalmente il territorio, una volta tanto migliorandolo, anziché devastarlo.

 

Alberto Conte

 

Questo articolo è stato scritto per conto del Ministero per i Beni e le Attività Culturali – DGBID, e pubblicato nella newsletter del sito www.francigenalibrari.benicultuirali.it