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La scelta delle scarpe

Durante un lungo cammino i piedi sono sollecitati in modo anomalo. E’ quindi importante scegliere correttamente la scarpa più adatta

Una volta risolto il problema dello zaino, come dobbiamo scegliere le scarpe, altro accessorio fondamentale per il cammino?

La scelta dipende dalla stagione e del percorso che scegliamo: se dobbiamo percorrere l’intero itinerario e quindi valicare le Alpi al Passo del Gran San Bernardo, uno scarponcino alto impermeabilizzato è una scelta quasi obbligata.
Esistono in commercio degli scarponcini da trekking molto leggeri e comodi, che rispetto alle calzature basse hanno il vantaggio di sostenere la caviglia, molto sollecitata dal peso dello zaino, prevenendo storte e problemi ad articolazioni e tendini soprattutto nei tratti più sconnessi. Inoltre gli scarponcini impermeabili consentono di affrontare i (rari) guadi e proteggono il piede da pioggia e fango. Se la qualità è buona lo scarponcino vi accompagnerà volentieri anche sugli sterrati leggeri e sull’asfalto.
La scarpa bassa da trekking, soprattutto se molto traspirante (e quindi non impermeabile), è una soluzione migliore per i periodi più caldi, evitando la sudorazione eccessiva che facilita la formazione di vesciche. Tuttavia non sostiene la caviglia e quindi è meno adatta ai tratti più impegnativi del percorso, deve essere tolta per attraversare i guadi e non protegge bene dalla pioggia.
I sandali da trekking sono utilissimi per chi indossa abitualmente un’altra calzatura per camminare, e quindi sono adatti ai momenti di relax, per fare la doccia, o per attraversare i guadi. Alcuni pellegrini li utilizzano anche per camminare durante il giorno: se i sandali sono di qualità e sono già stati usati per lunghe camminate, possono essere un’ottima scelta; altrimenti è meglio evitarne l’uso per non rischiare vesciche. Inoltre i sandali non proteggono il piede da urti accidentali contro pietre e ostacoli, e quindi non sono adatti ai tratti di sentiero sconnesso.
Meglio evitare altri tipi di calzature, e in particolare le cosiddette “scarpe da ginnastica”, ovvero calzature progettate per altri sport e non espressamente per la camminata: potrebbero avere suole troppo sottili, o troppo morbide, o non sostenere adeguatamente la caviglia. Ciò vale anche se nell’uso quotidiano trovate comode queste scarpe. Usare una scarpa per fare due passi comporta una sollecitazione minima rispetto alla percorrenza di 25 km al giorno per più giorni.

Dove acquistare le scarpe
Per l’acquisto conviene scegliere un negozio specializzato, in cui i commessi abbiano la competenza tecnica adeguata per consigliarvi. Portate con voi un paio di calze da trekking o indossate quelle che il negozio vi mette a disposizione, e dedicate molto tempo alla prova, confrontando vari modelli, indossandoli a lungo, camminandoci. Alcuni negozi sono dotati di una pedana che simula una discesa, in cui potrete verificare se la misura è corretta o “toccate in punta”.
Tenete conto che in genere il piede si gonfierà, soprattutto se farà molto caldo, e che le calze da trekking sono imbottite. Scegliete quindi una scarpa abbondante, almeno una misura in più di quella che portate abitualmente.
Evitate scarponi troppo rigidi, adatti a un uso in alta montagna. Comunque tenete presente che al momento della prova in negozio una scarpa ben strutturata potrebbe apparire rigida, mentre dopo un uso prolungato non ci farete caso.
Non cercate il risparmio: un paio di scarpe di qualità costa almeno 100 Euro, ma sono soldi ben spesi. Scarpe economiche potrebbero trasformare il vostro cammino in un supplizio.
Dopo l’acquisto, indossate a lungo le scarpe prima della partenza. Prima in casa, poi per qualche breve passeggiata, poi per cammini sempre più lunghi. Non arrischiatevi ad usare scarpe nuove, sia pure apparentemente comode, senza un adeguato rodaggio.

Le calze
La scelta delle calze è importante quasi quanto quella delle scarpe.
Bisogna utilizzare calze speciali anti-vescica, con punta e tallone rinforzati. Costano in genere un po’ di più delle calze normali, ma la differenza in termini di confort vale la spesa.
Vi consigliamo in particolare calze in lana merinos, per l’estate ne esiste una versione leggera.
E’ bene portare con se tre paia di calze, in modo da averne sempre un paio asciutto.

La cura dei piedi
Il principale problema creato da scarpe e calze sbagliate è la formazione di vesciche sui piedi, che possono risultare molto fastidiose e dolorose. Meglio quindi evitarne o limitarne il più possibile la formazione.
Le vesciche in genere si formano a causa dello sfregamento della pelle sulla scarpa, e sono facilitate dal sudore e dall’umidità.
Una prima regola utile può essere quella di mantenere i piedi i più asciutti possibile: ad esempio vanno evitati bagni ai piedi durante il cammino, che ammorbidiscono la pelle e la rendono più vulnerabile. Ciò anche se fa molto caldo, e non è facile resistere alla freschezza di una fontana o di un torrente.
Se possibile bisogna evitare di bagnarsi i piedi anche durante i guadi, ed è bene asciugare con cura la pelle prima di rimettere le scarpe.
Un’ottima abitudine è quella di togliersi scarpe e calze durante ogni sosta, anche se molto breve: ciò consente alla pelle dei piedi di “respirare” e di asciugarsi. Se avete bisogno di camminare, ad esempio per entrare in un bar, potrete indossare i sandali a piedi nudi.  
A volte le vesciche si formano anche tra le dita, a causa dello sfregamento. Possono essere evitate spalmando un po’ di vaselina tra le dita, per evitare l’attrito.
Il pediluvio serale è invece molto salutare, soprattutto se dopo aver lavato accuratamente i piedi spalmate sulla pelle una crema speciale contro l’affaticamento. L’operazione va ripetuta la mattina successiva, appena svegli. I risultati sono sorprendenti.

Conclusioni
I piedi sono la parte del corpo più sollecitata, la principale fonte di fastidio e dolore, e non a caso sono l’argomento principale dei discorsi dei pellegrini.
La qualità delle scarpe e delle calze è fondamentale per prevenire la gran parte dei problemi che potrete avere lungo il cammino: non badate a spese quindi, e dedicate tempo ed attenzione alla scelta degli articoli più adatti a voi.

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La scelta e la preparazione dello zaino

Cosa portare nello zaino? Un problema che affrontiamo ogni volta che prepariamo un’escursione, ma che nel caso di un lungo viaggio a piedi assume un’importanza fondamentale, e può fare la differenza tra una splendida esperienza e un inferno.

Chi affronta per la prima volta un lungo viaggio a piedi tende a caricare un peso eccessivo sulle spalle, senza rendersi conto che uno zaino pesante aumenta notevolmente la fatica, e soprattutto le sollecitazioni sulla schiena, sulle articolazioni e sui piedi. Di solito si rende conto del problema dopo qualche giorno di cammino, a volte quando è troppo tardi per evitare i problemi tipici del peso eccessivo: mal di schiena, infiammazioni alle articolazioni, vesciche ai piedi.
Una scena classica alla quale si assiste nelle prime tappe del Cammino di Santiago è la spedizione a casa degli oggetti inutili, o la donazione ad altri pellegrini che potrebbero averne bisogno. A tale scopo esiste in ogni ostello un apposito spazio in cui i pellegrini affaticati lasciano scarpe, bastoni, maglioni, libri e altri oggetti pesanti.
Bisogna quindi dedicare una cura maniacale al contenimento del peso dello zaino, con l’obiettivo di stare ben sotto i 10 kg. La soluzione ideale prevede che lo zaino non superi il 10% del peso corporeo del pellegrino; sembra incredibile, ma è tecnicamente possibile.

Ridurre il peso al minimo indispensabile
L’obiettivo può essere raggiunto se:

  • si sceglie uno zaino di ottima qualità, leggero, con un volume di 35-45 litri;
  • si evita l’uso del cotone e delle fibre naturali, e si utilizza abbigliamento tecnico sintetico (anche a prezzi contenuti ormai si trovano capi leggerissimi);
  • si sceglie un sacco a pelo leggerissimo e di dimensioni molto compatte;
  • si usa un asciugamano da trekking in microfibra;
  • si porta con se solo lo stretto necessario.

Inoltre bisogna tenere presente che lungo la Via Francigena si incontrano centri abitati in ogni tappa, e quindi è facile fare acquisti durante il viaggio.
Bisogna valutare la soluzione più leggera per ogni singolo oggetto che si vuole portare con se, dallo spazzolino da denti alla guida sul percorso; a tale scopo è bene pesare ogni singolo oggetto con una piccola bilancia digitale da cucina, ad esempio per confrontare due paia di pantaloni e scegliere il più leggero, o due magliette intime, tenendo presente che la somma di piccole differenze farà una grande differenza.
Una grande attenzione va dedicata ad accessori come la macchina fotografica o il telefono cellulare, che richiedono l’uso di caricabatterie. Molti telefoni cellulari consentono di scattare buone fotografie, per cui bisogna valutare l’opportunità di portare con se un solo oggetto multifunzione. Inoltre esistono in commercio dei caricabatterie superleggeri per telefoni cellulari, che possono consentirvi un grande risparmio di peso.
Shampoo, bagnosciuma, detersivi, cosmetici devono essere ridotti al minimo: un piccolo pezzo di sapone di marsiglia può servire per lavare se stessi e i panni, e lo shampoo deve essere travasato in un piccolo contenitore. Quel che avanza verrà utilizzato dai pellegrini che arriveranno dopo di noi.
Tutto ciò può sembrare un sacrificio, ma uno degli aspetti più interessanti del cammino è la consapevolezza di poter vivere e viaggiare con le poche cose che si trasportano sulle spalle. Una sensazione di libertà senza pari nell’epoca del consumismo sfrenato.

Indossare lo zaino
Una volta alleggerito lo zaino, bisogna indossarlo correttamente.
Uno zaino non deve scaricare troppo peso sulle spalle, ma soprattutto sul bacino. Per questo motivo la “cintura” deve essere stretta il più possibile, poco sopra le anche. Gli spallacci devono servire soprattutto per tenere lo zaino attaccato alla schiena ed evitare che si muova: ogni movimento inutile dello zaino consuma energia, e va quindi evitato. A tale scopo è importante collegare i due spallacci con la fettuccia elastica anteriore.
Gli zaini più sofisticati sono provvisti di regolazioni per adattarsi all’altezza della persona, e per avvicinare la parte superiore del sacco alla schiena, entrambe utilissime.
E’ inoltre importante riempire correttamente lo zaino, in modo da abbassare il più possibile il baricentro: gli oggetti più pesanti devono quindi stare più in basso.
Lo zaino deve essere perfettamente simmetrico: gli spallacci devono essere regolati allo stesso modo, e soprattutto bisogna evitare l’errore tipico di caricare una borraccia con l’acqua in una delle tasche laterali. Chi scrive lo ha provato nell’ultimo viaggio verso Santiago, con il risultato di spostare una scapola durante la prima tappa, e soffrire di un forte dolore per il resto del cammino.
La soluzione migliore per l’acqua è l’utilizzo di una sacca con cannuccia da inserire all’interno dello zaino, in un’apposita tasca. La sacca con cannuccia consente di bere con facilità anche mentre si cammina, migliorando l’idratazione e diminuendo i rischi di tendiniti e colpi di calore.
Bisogna evitare di appendere carichi esterni che si muovano, come sacchetti di plastica, borracce ecc., sempre per evitare di dissipare energia inutilmente.

Bisogna essere pronti all’eventualità di incontrare il maltempo lungo il percorso, quindi proteggere lo zaino con l’apposita copertura impermeabile e inserire tutto il contenuto in sacchetti di plastica, nell’eventualità in cui le piogge siano intense e continuative.
Oltre all’apertura superiore, è utilissima un’apertura a metà zaino, che consenta la divisione del sacco in due scomparti.

Conclusioni
La scelta dello zaino è importantissima per il successo di un viaggio a piedi. E’ bene quindi dedicarvi tempo e attenzione, e un budget adeguato. Oggi il mercato offre ottime magliette, pantaloni o pile a prezzi eccezionali, mentre un ottimo zaino è in genere piuttosto costoso (in genere attorno ai 100 Euro), ma credetemi: sono soldi spesi bene!

 

 

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Dal confine francese ad Arles, lungo la Via Aurelia (GR653A)

Gli amici del cammino di Santiago della Provenza-Costa Azzurra studiano da più di 10 anni il percorso che unisca l’Italia ad Arles, lungo le direttrici delle antiche vie romane Aurelia (Da Mentone) e Domizia (dal passo del Monginevro).
Gli itinerari possono essere consultati sul loro sito (www.compostelle-paca-corse.info/Chemin/chemincompostellepaca.html), ma il livello di dettaglio delle mappe non è particolarmente buono. Comunque l’itinerario è stato codificato dalla Federation Randonnée come GR653A, e ci risulta che sia in corso la posa della segnaletica.
Se si desidera stampare le mappe su base IGN o OSM, si può ricorrere al sito Walking Pilgrim: http://maps.peterrobins.co.uk/f/menton.html.
Chi possiede un GPS Garmin dovrebbe trovare l’itinerario sul Topofrance.
Riccardo Carnovailini e Anna Rastello hanno percorso questo itinerario durante il loro viaggio da Sarzana a Somport, documentato nel sito www.camminodimarcella.movimentolento.it

 

Leggi tutti gli articoli e le informazioni utili per viaggiare tra il Cammino di Santiago e la Via Francigena.

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Dalla Via Francigena al confine francese, lungo la Via della Costa

Il percorso che unisce Sarzana (lungo la Via Francigena) a Ventimiglia e quindi a Mentone (dove imbocca il GR653a per Arles) è stato descritto dettagliatamente nel sito www.viadellacosta.it da Silvio Calcagno. L’itinerario è composto da 12 tappe, per un totale dei 335 km, pazientemente mappati in modo da evitare il più possibile i tratti trafficati e soprattutto la Via Aurelia. Per ogni tappa sono stati censiti i luoghi di accoglienza pellegrina.
Sono disponibili le tracce GPS e Google Earth di tutto il percorso, che ci risulta segnalato almeno in parte con le frecce gialle-bianche utilizzate dalla Confraternita di San Jacopo.
Un ottimo lavoro, utilissimo per rendere percorribile uno dei tratti più interessanti del cammino che unisce Santiago a Roma.
Recentemente Monica d’Atti e Franco Cinti hanno realizzato una guida cartacea dell’itinerario, pubblicata da Terre di Mezzo.
Questo tratto è stato percorso da Riccardo Carnovalini e Anna Rastello nel 2011, durante il Cammino di Marcella. Le tracce GPS di una parte dell’itinerario sono disponibili su www.camminodimarcella.movimentolento.it.

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The walking pilgrim: la Mappa interattiva dei grandi cammini europei

Il sito di un pellegrino inglese consente di stampare gratuitamente le mappe dei principali cammini di pellegrinaggio che attraversano l’Europa.
Peter Robins, grande appassionato prima del Cammino di Santiago, poi dei cammini di pellegrinaggio in generale, ha creato un sito con mappe interattive di grandissima utilità per chi vuole affrontare un lungo viaggio a piedi attraverso l’Europa.
The walking pilgrim, questo il nome del suo sito, consente di avere una visione d’insieme dei principali cammini europei direttamente su una mappa di cui si può cambiare la base cartografica tra i raster dei servizio geografici locali e i servizi web come Open Street Map e Google (http://maps.peterrobins.co.uk/routes.html).
Gli itinerari sulle mappe sono colorati in rosso e in blu: i primi indicano l’esistenza di un antico cammino, ma sono pivi di dettagli. Molto più interessanti gli itinerari blu, che sono mappati più o meno accuratamente.
Per conoscere i dettagli di un itinerario blu basta cliccare sulla traccia, e si apre un fumetto che spiega dove sono stati raccolti i dati geografici. In genere provengono da siti esterni, tra cui il nostro, che sono correttamente citati e linkati.
Le tracce GPS e Google, se presenti, sono scaricabili esclusivamente dai siti di origine. Se invece si vuole visualizzare e stampare la mappa di un qualsiasi percorso basta scegliere la base cartografica (ad es. IGM, Open Street o Google) regolare la scala desiderata e premere il simbolo della stampante sulla sinistra della mappa.

Per vedere il risultato scaricate il pdf di esempio qui sotto.

In questo modo, con grande semplicità, potete stampare gratuitamente la mappa del vostro prossimo cammino.

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Pellegrini e Volontari

Nel cassetto dei ricordi di un pellegrino che ha percorso la Via Francigena, l’Abbazia di San Caprasio ad Aulla rappresenta un luogo di accoglienza e ristoro dall’atmosfera unica. Tra le tantissime cose che ha da sbrigare, Don Giovanni accoglie i pellegrini con un sorriso e con poche ma essenziali parole di conforto..“Che caldo oggi, come stai?” “Siediti, ti va un bicchier d’acqua o preferisci un caffè!”, per poi magicamente aprire il barattolo dei biscotti offrendoteli come si apre il cuore ad un amico che non vedi da anni.
La recente alluvione in Lunigiana, ha colpito la nostra memoria come un fulmine a ciel sereno. Quell’immagine del nostro amico Don Giovanni pubblicata su alcuni quotidiani ci ha lasciato storditi e attoniti, ma ha fatto anche scattare in noi quel richiamo di amore e solidarietà che si sente per le persone a cui si vuole bene.
Non siamo riusciti a stare con le mani in mano senza fare nulla, aspettando che il fango si portasse via la storia di San Caprasio e la memoria dei momenti che ognuno di noi ha trascorso li.
Sono bastati alcuni brevi post sui più conosciuti social network e nel giro di poche ore abbiamo organizzato un gruppo di 20 pellegrini, 13 dei quali appartenenti alla Protezione Civile di Cinisello Balsamo e siamo partiti in piena notte alla volta di Aulla.
Ciò che i nostri occhi ed il nostro cuore hanno visto e avvertito all’arrivo, quella domenica del 31 ottobre,  è qualcosa di inspiegabile a parole: un groviglio di emozioni e sensazioni riflesse nel fango che ha devastato l’anima di un intero paese. Auto distrutte dalla forza dell’acqua, mobili rovinati e oggetti di ogni genere accatastati sui bordi delle strade, facciate di edifici sventrate, il volto affranto delle famiglie che nel fango hanno perduto la loro identità…
E con la diligenza di un buon padre di famiglia, le prime parole di Don Giovanni al nostro arrivo sono state: “Mi sembra uno schiaffo alla Provvidenza che vi dedichiate a San Caprasio e al suo chiostro. Pensate prima alle persone che sicuramente hanno più bisogno…”
Con secchi alla mano e badili in spalla, ci rechiamo al quartiere Matteotti, dopo il ponte sul Magra dove la Via Francigena devia a sinistra inoltrandosi tra i boschi. E respirando polvere, accompagnati dalla sirena di un’ambulanza, ci fermiamo davanti ad una delle case maggiormente colpite, sull’argine del fiume, offrendo il nostro aiuto. L’onda di fango, ci racconta uno dei residenti, è entrata dalle finestre del primo piano ed ha superato il metro e mezzo di altezza. Ancora si distingue bene il segno marrone sulla parete. Ma è nell’umidità della cantina che ci rendiamo realmente conto del dramma che molte famiglie stanno vivendo. Un cimitero di piccoli e grandi oggetti, sommersi da mezzo metro di fango e spesso irriconoscibili per forma e consistenza che, uno ad uno, riportiamo alla luce, passandoceli di mano in mano e accatastandoli al lato della strada tra le cose da buttare. Una catena di mani e di sorrisi, perchè anche di questi ha bisogno la famiglia Spaziani, li residente, che come molte altre ha perso quasi tutto…. Mobili, pentole, vasi, vassoi: il fango ne ha cancellato oltre che la forma, anche il ricordo in essi contenuto, forse la perdita più amara. E quell’album di foto!..abbandonato tra i mattoni sporchi dei muri crollati! L’ epilogo, dopo tre giorni di duro lavoro, nel rumore fastidioso delle pompe aspiranti arrivate per ripulire i locali da quel poco rimasto, tra gli sguardi rassegnati di tutti. Quanta desolazione in quel fango che ha fatto perdere casa e lavoro a molti, ma anche quanta voglia di ricostruire in quei biscotti e quei caffè offertici dalle signore del palazzo e nelle battute ironiche dei loro mariti. E tra le macerie, una statuetta di Sant’Antonio con bambino, salvatasi dal fango, ridona a tutti la speranza e ci viene lasciata in dono dai residenti in segno di ringraziamento, nell’emozione del momento.
“Don Giovani e cittadini di Aulla, siamo noi a dovervi ringraziare per quello che fate per noi pellegrini, dandoci ogni giorno accoglienza, ospitalità e ristoro. Vi siamo vicini e qualora ci fosse ancora bisogno, saremo pronti a raggiungervi per aiutarvi”.
I vostri amici pellegrini della Via Francigena

Alessandro Ghisellini e Cristina Menghini
Camminando sulla Via Francigena

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Accoglienza “POVERA”… un Gesto d’Amore a Pagamento???

Non c’è nulla di più appagante per un pellegrino, alla fine di una faticosa giornata di Cammino, che trovare un sorriso ad accoglierlo. Il sorriso di un prete che mette a disposizione qualche letto nella canonica, o ancora quello di qualche volontario che ha deciso di donare un po’ del suo tempo a servizio di una realtà che in Italia si sta sempre più diffondendo: il pellegrinaggio a piedi.

Conosco quella sensazione di gratitudine che ti avvolge quando vieni accolto con Amore così come ho ben presente quel sentire di pienezza che nasce dall’abbraccio sincero di un pellegrino che ti ringrazia prima di ripartire… io, pellegrina e ospitaliera…

E forse è proprio perché certe esperienze le ho vissute in prima persona, che mi rattristo ogni volta che scopro situazioni nelle quali il pellegrino viene visto più come un turista… e dove quel sorriso che tanto desidera incontrare a volta gli costa caro!

Ho peregrinato più volte sulla Via Francigena e posso dire di essermi imbattuta nelle più svariate situazioni; ho incontrato persone splendide che mi hanno accolta col Cuore, che hanno condiviso con me la loro cena, che hanno voluto ascoltare il racconto dei miei passi; ne ho incontrate altre che freddamente mi hanno messo un timbro sulla credenziale e dopo avermi chiesto 25 euro, non mi hanno nemmeno accompagnata in stanza, indicandomi col dito le scale su cui salire.

Eppure, come ci tramanda la storia medievale, l’accoglienza al pellegrino,  e non solo, soprattutto da parte degli enti religiosi è sempre stata considerata un valore, oltre che un servizio al prossimo. Monasteri, conventi e parrocchie erano soliti accogliere i viandanti in cammino verso Roma, offrire loro un luogo sicuro per passare la notte, un abito pulito e un pasto caldo, oltre che un sostegno spirituale e un momento di morale convivialità. Il tutto sempre gratuitamente.

Il pellegrino moderno, indipendentemente dalle motivazioni, si mette in Cammino con il desiderio, a volte inconscio,  di voler vivere un certo tipo di esperienze di valori quali la condivisione, la solidarietà, la comprensione, esperienze che, nel nostro vivere moderno, “veloce ed egoista” è difficile riuscire a comprendere ed a interiorizzare. Il pellegrino cerca un gesto d’Amore, perché è nell’amore che si trova la forza di andare avanti nel Cammino, così come nella Vita. E dove c’è Amore ci sarà quasi sicuramente anche un materasso su cui riposare, dell’acqua calda per lavarsi e un piatto di minestra per rifocillarsi. Di questo ha bisogno il pellegrino e di null’altro. Adesso, proprio come nel passato.

Sulla moderna Via Francigena però, l’accoglienza povera non sempre rispecchia quel gesto d’Amore tanto cercato. Non è certo mio interesse, e ben me ne guardo, giudicare l’intenzione e l’operato altrui. Ognuno si metta una mano sulla propria coscienza. Ci tengo però a raccontare alcune mie esperienze personali con la speranza di riuscire a far nascere una sorta di riflessione costruttiva su come si sta evolvendo il “sistema accoglienze” su una delle Vie di pellegrinaggio più importanti del mondo!

Premetto che, a mio avviso, le strutture che si propongono come accoglienza al pellegrino dovrebbero essere tutte “ad offerta”, seppur comprendo l’esigenza di coprire i costi di gestione e di conseguenza sono d’accordo qualora venga stabilito un contributo simbolico.

Ci sono essenzialmente tre tipi di ospitalità sulla Via Francigena: quelle ad offerta, quella con un prezzo simbolico che mi piace definire “giusto” e quelle con prezzo “turistico”. E spesso il sorriso e l’Amore con cui si viene accolti è inversamente proporzionale ai soldi spesi.

Quanta compassione nel piatto di pasta che Suor Ginetta, a Siena, mi ha offerto. Quando le ho chiesto dove potevo lasciare un’offerta mi ha mandato a dire un “Ave Maria” per tutti i poveri che giornalmente andavano da lei a chiederle lo stesso piatto di pasta.

Don Giovanni, ad Aulla, in collaborazione con il Comune, porta avanti l’accoglienza in un ostello ricavato nei locali di una scuola, nonostante tutti gli oneri e gli impegni che il suo compito di prete lo porta ad avere. L’ultima volta che sono andata, dopo avermi invitata a cena con i suoi collaboratori, mi ha detto che, se proprio insistevo, potevo lasciare un’offerta per la ristrutturazione dell’Abbazia di San Caprasio.

A Radicofani e Roma, negli ostelli gestiti dalla Confraternita di San Jacopo di Perugia, sono sempre stata accolta con rispetto e grande disponibilità. Gli ospitalieri volontari si donano al servizio al pellegrino, onorandone il Cammino con il rito della “lavanda dei piedi”, simbolo dell’Amore di Gesù verso l’Umanità. E’ un gesto che mi ha molto colpita e che sottintende l’ospitalità come valore umano e religioso. La cassetta delle offerte è in un angolo, quasi nascosta.

Ad Orio Litta, sono stata accolta dal sindaco, PierLuigi Cappelletti che mi ha accompagnata personalmente nel bellissimo ostello comunale di Cascina San Pietro. I costi di gestione rientrano nelle spese comunali e quindi al pellegrino è lasciata la scelta se contribuire o meno con un’offerta.

Anche nel comune di Monteriggioni il pellegrino è ben accolto. Il Sindaco Bruno Valentini, è sempre in prima linea quando si tratta di migliorare la percorribilità della Via Francigena. E per questo ha finanziato molti interventi sia per la sicurezza del percorso che per l’accoglienza. E’ stato appena inaugurato l’ostello “La Sosta di Strove” dove i pellegrini potranno riposare con tutti i comfort (persino televisore e computer) al giusto prezzo simbolico di 12 euro per i costi di gestione.

Don Giorgio, a San Quirico d’Orcia, ospita i pellegrini nella Collegiata al giusto prezzo simbolico di 9 euro. Anche li ho sempre trovato un’ottima disponibilità. L’ultima volta ho passato parecchio tempo a chiacchierare con lui e dato che ero li come volontaria per la Via Francigena, non ha nemmeno voluto il mio contributo in denaro per il pernottamento.

Ricordo invece con amarezza il giorno in cui sono arrivata al confine tra Svizzera e Italia. Avevo prenotato all’Ospizio, oltre al pernottamento anche la cena, pagando 30 euro. Avendo problemi di allergie alimentari ho chiesto al frate di poter mangiare qualcosa di differente con la risposta che essendoci tante persone non sarebbero riusciti a prepararmi nemmeno una pasta in bianco. Ho quindi chiesto che mi fossero restituiti i soldi della cena con l’intenzione di andare al bar di fronte e mangiarmi un panino. Soldi che non mi sono stati restituiti.

Partita da Fucecchio, dopo 48 chilometri di cammino e dopo aver chiamato per avvisare che facevo tardi a causa della lunga tappa, mi presento al portone del Convento di Sant’Andrea a San Gimignano alle otto di sera. Il frate responsabile, con aria molto scocciata, si lamenta per il mio ritardo accusandomi di aver fatto la turista e minaccia di non accogliermi. Apre il portone solo dopo la mia insistenza. L’ospitalità era ad offerta. Decido di non lasciargli nulla. Sempre a San Gimignano, la seconda volta, decido di risparmiarmi l’esperienza precedente e mi reco al Monastero di San Girolamo. La Sorella mi accoglie proprio come se fossimo alla reception di un hotel. Mi chiede il documento, mette un timbro sulla credenziale, senza nemmeno rivolgermi uno sguardo o una domanda. Mi fa la ricevuta di 25 euro , mi consegna le chiavi col numero della stanza e col dito mi indica la scala su cui devo salire. La mattina per colazione ci saranno biscotti secchi e bevande dalla macchinetta automatica.

Passando da Gambassi Terme a giugno di quest’anno, mentre apponevo la nuova segnaletica bianco-rossa sul percorso, decido di andare a sbirciare  l’ultimazione dei lavori del nuovo ostello dei pellegrini in Santa Maria in Chianni. Rimango quasi scossa dal “lusso” non proprio tipico di un’ospitalità povera, così come dal prezzo: 24 euro per una singola solo pernottamento. Colazione 3 euro. Prezzi a scendere in relazione al numero di pellegrini con cui si viaggia. La signora che si occupa della gestione si giustifica dicendo che deve pagare una donna delle pulizie e che i costi di gestione sono alti. Le parlo quindi dell’esistenza degli ospitalieri volontari, che, proprio come accade sul Cammino di Santiago, potrebbero accogliere periodicamente i pellegrini prendendosi cura gratuitamente della struttura. La risposta, un po’ scocciata: “So bene come funziona sul Cammino di Santiago. Ci sono stata pure io. Certo non ho dormito negli albergue dei pellegrini in quanto potevo permettermi di stare in hotel. E poi figuriamoci se lascio in mano a qualcuno che non conosco la gestione del mio ostello”.

Ed infine…

Sabato scorso sono stata all’inaugurazione dell’Ostello Santa Maria in Betlem a Borgo Ticino (Pavia). Premetto che ero già stata li a maggio per incontrare Don Lamberto e discutere con lui sull’importanza di avere un luogo di accoglienza povera in una città come Pavia, crocevia di itinerari storico-religiosi, tentando di convincerlo a favorire, almeno per i pellegrini, un trattamento ad offerta, o per lo meno un giusto prezzo simbolico . Ero anche stata più volte in Provincia a parlare con l’ormai ex assessore Renata Crotti, che aveva promesso di sostenermi in questa causa. Avevo però già letto sul giornale del giorno prima dell’inaugurazione che i prezzi sarebbero stati di 20-22 euro più 3 euro per la colazione.

Durante l’intervento, da parte di varie autorità, è stato per tutto il tempo sottolineato il forte ruolo che questo ostello avrebbe avuto nell’accoglienza dei pellegrini e in particolare il vescovo di Pavia ha speso parole bellissime sul valore dell’accoglienza cristiana e sul fatto che tutta la comunità avesse il dovere di aiutare il pellegrino di passaggio nella città, proprio come accadeva nel Medio Evo. Ho alzato la mano in bella vista, per poter intervenire. Don Lamberto mi ha riconosciuta e dopo dieci minuti di ringraziamenti di rito ha preferito far alzare tutti invitandoli a raggiungere l’ostello per visitarlo. Quando mi sono avvicinata a lui per domandare che tipo di trattamento economico fosse previsto per un pellegrino a piedi con credenziale, mi ha liquidata rispondendo a microfono spento che i prezzi ancora non erano stati discussi.
Sarebbe interessante poter ascoltare altre esperienze per poterle confrontare ed avere un quadro più preciso che non sia solo il punto di vista di una persona. E’ comunque indubbio che in alcuni punti tappa sulla Via Francigena  c’è ancora molto da lavorare in tema di accoglienza al pellegrino,  in particolare in Val d’Aosta e in località importanti quali Pavia, Piacenza, Lucca, Gambassi Terme, San Gimignano, Vetralla e Sutri.

Quanto caro  i pellegrini dovranno ancora  pagare per questo antico gesto d’amore?

 

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Finalmente sulla retta Via?

Passione, entusiasmo, e un pizzico di follia: questo il mix di ingredienti che stanno alla base dell’impresa di Cristina Menghini, la “pasionaria” della Via Francigena, che in tre mesi di durissimo lavoro ha segnato con vernice e adesivi bianco-rossi tutto il percorso ufficiale della Via Francigena, dal confine con la Valle d’Aosta (già segnalata) a Roma.Il “pellegrinetto nero” che campeggia sui nuovi segnavia è il simbolo di un nuovo modo di lavorare sull’itinerario: dopo anni di costosi progetti di segnaletica naufragati nella burocrazia, abbiamo deciso di “buttare il cuore oltre l’ostacolo”, cercando di mettere in rete una parte delle energie positive che gravitano attorno alla Francigena.
Cristina ha raccolto la sfida, insieme a decine di amici, pellegrini, associazioni, amministratori locali che l’hanno aiutata in questi tre mesi.
Determinante il contributo conomico e organizzativo del comune di Monteriggioni e dell’Associazione Toscana delle Vie Francigene, che si sono resi conto che la Francigena non può essere considerata un progetto locale: per rendere percorribile la Via, la segnaletica e l’accoglienza devono essere complete ed efficienti dal primo all’ultimo chilometro del percorso.
Questo è solo l’inizio: una segnaletica “leggera” come quella che è stata posata è delicatissima, e richiede una continua manutenzione. E ora viene la parte più difficile: il completamento della rete di ostelli e rifugi per i pellegrini, ancora incompleta.
Ma questa è un’altra storia, per ora godiamoci questo bel momento.  
Buon cammino a Cristina, e a tutti quelli che hanno creduto in questa “pazza” idea.

Alberto Conte

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Camminare, un gesto trasgressivo – Seconda Parte

La rivoluzione in cammino
La decisione di avventurarsi a piedi nelle “zone grigie” che separano i centri urbani è in se un gesto rivoluzionario, una manifestazione di senso civico. Portarci altre persone è un atto di politica attiva. Chi cammina nella natura ha in generale l’impressione di riappropriarsi del proprio tempo, ma chi viaggia a piedi di città in città si riappropria del proprio spazio, e si rende conto meglio di altri di quale prezzo stiamo pagando alla modernità e agli agi. In questo senso il camminatore è un testimone scomodo del saccheggio ambientale, e forse non a caso chi progetta le strade non fa nulla per semplificargli la vita.
Inoltre, il camminatore con zaino in spalla è una presenza destabilizzante per chiunque lo veda. La sua presenza è talmente rara da non poter passare inosservata, e inevitabilmente stimola delle domande.
La più innocente e la più gradita è “Da dove vieni? Dove stai andando?”, inevitabilmente condita con esclamazioni di sorpresa nel momento in cui la meta e la destinazione distano più di dieci chilometri.
Più insidiose sono le domande che non vengono esplicitate: da “Chi è questo straccione? Cosa vuole da me?” a “Perché non faccio anch’io come lui? Come mi piacerebbe accompagnarlo…”
In ogni caso un viaggiatore a piedi perturba in qualche modo l’ordine delle cose, si inserisce nel paesaggio modificandolo, la sua semplice presenza spesso scuote le coscienze e l’inconscio di chi lo osserva anche in lontananza.
Il tutto mentre compie il gesto più semplice e naturale, quello che distingue gli uomini dagli animali: camminare su due zampe.

Camminare rende felici
Un altro aspetto trasgressivo e destabilizzante del viaggio a piedi è costituito dalla gratuità del gesto. Camminare non costa nulla, non rende nulla. Eppure in genere aumenta la felicità delle persone.
Camminando si dimostra la stupidità della regola che vorrebbe legare la crescita prodotto interno lordo al benessere, poiché chi cammina in genere aumenta il proprio benessere con un impatto nullo sul PIL.
In quest’ambito, la trasgressione estrema è quella di viaggiare a piedi senza soldi, confidando nella generosità delle persone e/o in organizzazioni in grado di accogliere gratuitamente i pellegrini.
Sebastien des Fooz descrive nel libro “a piedi a Gerusalemme, 184 giorni, 184 volti”, il suo pellegrinaggio dal Belgio alla Terra Santa, in cui viene ospitato nelle case di decine di famiglie, spesso trattato come ospite di riguardo e nutrito con piatti prelibati. Durante il suo viaggio la generosità è in genere inversamente proporzionale alla ricchezza, e nei paesi più poveri, in particolare di fede musulmana, l’ospite cristiano viene esibito come un trofeo alla comunità locale.
E’ questo un positivo ritorno al Medio Evo, alla tradizionale accoglienza riservata ai Pellegrini, che anticamente venivano considerati come un ordine monastico a se, con l’ospitalità gratuita gestita da organizzazioni come i templari, i cavalieri del Tau, i cavalieri del Santo Sepolcro.
I pellegrini venivano accolti volentieri anche nelle case private, dove in cambio di un letto e di una zuppa calda portavano notizie e saperi. In un’epoca in cui la quasi totalità della popolazione era analfabeta, la trasmissione orale era l’unico modo per tenersi informati, e un viaggiatore proveniente da paesi lontani era un potente strumento di trasmissione delle informazioni e di divulgazione culturale.
Oggi le informazioni non ci mancano, anzi ne siamo sommersi, e abbiamo la falsa impressione di non avere più bisogno della trasmissione orale. Invece un viaggiatore consapevole e attento, soprattutto se viene da un paese lontano, può essere una risorsa preziosa. In un’epoca in cui s’innalzano barriere può aiutarci a comprendere e ad apprezzare la diversità, anziché subirla. Può consentirci di raccogliere informazioni dirette anziché mediate. Può aiutarci a ricordare il significato profondo dell’Accoglienza.

Alberto Conte

 

Camminare, un gesto trasgressivo – Prima Parte

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Francigena, il volto migliore della Toscana

Appunti di viaggio del sindaco di Monteriggioni Bruno Valentini che ha percorso la Francigena per tutto il tratto toscano partendo da Fornovo di Taro in Emilia.

Lunedì 27 Giugno 2011 10:51 

“Non avrei mai immaginato di lasciare l’’ostello comunale di Altopascio depositando le chiavi sotto il portone di ingresso del Municipio. Come una volta si faceva nei nostri paesi, lasciando le chiavi sotto la soglia. Ad Altopascio, così come presso i cappuccini di Pontremoli o la parrocchia di Avenza, abbiamo sostato durante l’’attraversamento della Toscana in bici, lungo l’’itinerario della Francigena”.

Comincia così il “diario di viaggio” lungo la Via Francigena del sindaco di Monteriggioni Bruno Valentini, che ha percorso l’antica strada in bicicletta lungo i sentieri della nostra regione.

“Siamo partiti dall’’Appennino emiliano, percorrendo l’’antico tracciato pedonale dei pellegrini diretti a Roma, che dopo il valico della Cisa, incontravano la Toscana, sia che venissero dal centro dell’’Europa o da Santiago di Compostela. In quattro giorni abbiamo percorso oltre 300 km, incontrando foreste, boschi, prati, guadi, pievi, abbazie, borghi antichi, città d’’arte, ma soprattutto persone. Persone che arricchivano il mutare del paesaggio con la diversità delle loro culture, consuetudini, cibi e dialetti. È stato un viaggio che ci ha consentito di vivere la Toscana senza limitarsi a guardarla da dietro i vetri dell’’auto o del pullman, osservandola da dentro. Una Toscana minore, che sovente è la Toscana migliore, distante dal clamore della notorietà, densa di autenticità ed ospitalità”.
Oddio, non tutto è da celebrare. In molti luoghi il ruvido incalzare della modernità ha intaccato pesantemente il tessuto sociale ed ambientale, spargendo oltre misura anonimi manufatti di cemento ed asfalto, demolendo i confini visivi fra città e campagna. Talvolta si passa da una stupenda città d’’arte ad un’’altra altrettanto mirabile, percorrendo però corridoi stradali dove il panorama circostante è occluso da pareti continue di case a schiera tutte uguali, capannoncini artigianali, snack bar, insegne prepotenti e cartelloni pubblicitari. Ma poi basta una deviazione per ritrovare la campagna toscana, che irrompe con i suoi colori che cambiano ad ogni stagione. I boschi della Cisa, la valle del fiume Magra, i borghi storici ai piedi delle Apuane, il padule di Fucecchio, le colline fra Firenze e Siena, le torri di San Gimignano, il castello di Monteriggioni, l’’attraversamento di Siena, la Val d’’Orcia. In particolare da Altopascio in giù, è il mio parere, lo spettacolo vale il biglietto”.

Si avvertono inoltre i primi segni di una microeconomia che in Spagna ha accompagnato e anticipato il boom del Cammino di Santiago. Piccoli ostelli crescono. Ma anche luoghi di ristoro a prezzo accettabile ed attività di turismo ambientale. In giro si vedono importanti restauri architettonici, già completati od in corso, ma anche qualche scivolone come ad esempio l’’interramento di un lastricato medievale appena ritrovato sotto il rilevato di una nuova strada, fra Fucecchio e San Miniato. Sull’’itinerario abbiamo trovato molte persone, spesso straniere, in cammino col loro fardello, fra le quali molte donne. Animati dal desiderio di conoscenza, di nuove esperienze, di arrivare fino a Roma, o fino a nuove mete interiori o spirituali. La segnaletica sta migliorando, grazie ad alcuni (pochi) Comuni e soprattutto ai (molti) volontari. Molto ha contato anche la spinta impressa dalla Regione Toscana, ma non tutti si sono mossi con la stessa convinzione. Quanto ha fatto, ad esempio, la Provincia di Siena per garantire la sicurezza di chi cammina, ha pochi riscontri. Ancora non è diffusa la consapevolezza della potenzialità della Via Francigena. Ossessionati (comprensibilmente) dalla crisi, si lavora per tamponare piuttosto che per reagire. Si ripropongono modelli di sviluppo costosi e logori. Siamo seduti su una miniera d’’oro che non sfruttiamo abbastanza e che può essere sfruttata sole se verrà rispettata nella sua essenza”.

“Chi irride il turismo cosiddetto “povero” della Francigena non sa guardare oltre il proprio naso e non comprende la portata delle ricadute generali. La nostra aspirazione deve essere non tanto di farsi attraversare da una strada ma da una cultura. La cultura dell’’accoglienza, della conoscenza, del turismo sostenibile. Mostrando il volto migliore della Toscana. E dell’’Italia”.