Via Francigena

Vie di pellegrinaggio: dialogo tra fede e cultura

Redazione AEVF
Redazione AEVF

Gli itinerari culturali europei sono il frutto di una lodevole iniziativa, lanciata dal Consiglio d’Europa nel 1987 con la “Dichiarazione di Santiago”, al fine di mostrare che il ricco patrimonio culturale dei paesi europei è una realtà che, seppur poliedrica, li accomuna, come condivise sono le radici storiche che l’hanno generato.

Così, gli itinerari certificati dal Consiglio d’Europa si presentano come una traduzione in chiave culturale e turistica dei valori fondamentali cui il Consiglio fa riferimento per la sua azione politica, quali i diritti dell’uomo, la democrazia, lo stato di diritto, il dialogo interculturale; valori che vanno al di là delle frontiere territoriali nazionali e che sono oggi patrimonio comune europeo. Vale la pena di mettere in evidenza che il primo itinerario ad essere certificato fu il Cammino di Santiago, divenuto il simbolo delle aspirazioni e dei destini comuni del continente europeo, nella cui storia la dimensione religiosa ha avuto un ruolo importante e decisivo. Si trova così confermata la sentenza del grande scrittore Johann W. Goethe (1749-1832): “L’Europa è nata pellegrinando e la sua lingua è il cristianesimo”.

Per consolidare il programma, nel 2010 è stato ideato il Council of Europe Enlarged Partial Agreement on Cultural Routes (the EPA), al quale hanno finora aderito 32 Stati, membri del Consiglio. La Santa Sede vi ha formalmente aderito il 21 marzo 2018, convinta della bontà e dell’utilità dell’iniziativa. Attraverso l’adesione al citato Accordo, la Santa Sede, intende manifestare il suo coinvolgimento nel promuovere ciò che è comune ed arricchisce l’identità europea e il suo patrimonio di valori culturali. D’altra parte, come affermava il Card. Joseph Ratzinger nella sua lectio magistralis davanti al Senato della Repubblica Italiana (13 maggio 2004), “l’Europa solo in maniera del tutto secondaria è un concetto geografico: l’Europa non è un continente nettamente afferrabile in termini geografici, ma è invece un concetto culturale e storico”.

Non è inutile chiedersi quale relazione esista tra un cammino di pellegrinaggio e un itinerario culturale. Per rispondere vale la pena illustrare cosa sia il pellegrinaggio. Ci aiuta una massima del pensiero orientale: “C’è chi cammina coi piedi e sono i mercanti. C’è chi cammina con gli occhi ed è il sapiente. E, infine, c’è chi avanza col cuore, pur spostandosi coi piedi e con gli occhi aperti, ed è il pellegrino, che cerca il mistero in ogni creatura e nei luoghi santi”.

Pellegrinare è cosa differente dal vagabondare senza meta o dal dedicarsi al commercio. Il pellegrino, in fondo, è colui che, mosso dalla fede, decide nel suo cuore il santo viaggio (Sal. 84,6), verso un destino che trascende se stesso e il mondo in cui abita. Il pellegrinaggio, infatti, si presenta come una realtà assai ricca di significati, principalmente religiosi, ma non esclusivamente, che nel corso dei secoli ha assunto coloriture e caratteristiche che ne hanno arricchito contenuti e modalità. Per alcuni secoli Gerusalemme fu la sola meta del vero pellegrinaggio cristiano. Recarsi come pellegrino a Gerusalemme era impresa assai difficile, con notevoli rischi per l’incolumità personale e per la salute. A quei tempi il viaggio si compiva all’insegna dell’imprevedibilità. Non ci si deve sorprendere, pertanto, se alcuni autorevoli Padri dei primi secoli della Chiesa vedessero con circospezione il pellegrinaggio. San Gregorio di Nissa (+395) cercava di dissuadere risolutamente i monaci dal recarsi a Gerusalemme, sia perché ciò era estraneo alle Scritture, sia perché il monaco andava incontro a rischi di ordine morale e “spirituale”. Il pellegrino era quasi equiparato a un vagabondo. Ciò non ha impedito, tuttavia, che i fedeli continuassero a intraprendere cammini verso la Città Santa (San Francesco d’Assisi vi si recò nel 1219) e verso altri due luoghi importantissimi nel Medioevo: Roma e Santiago di Compostela. La Via Francigena è uno di questi cammini che dal nord Europa portava a Roma, dove erano custodite le memorie dei Santi Apostoli e dei Martiri.

Nonostante le difficoltà e i rischi, il pellegrinaggio si è nei secoli intensificato ed allargato verso altri luoghi di particolare devozione, come i Santuari mariani e particolari luoghi di culto. Questo processo è stato affiancato dall’elaborazione di quella che si potrebbe chiamare una “spiritualità” del pellegrinaggio, con l’intento di rendere sempre più esplicita la sua dimensione di fede, come pure il suo innesto nella tradizione biblica ed ecclesiale. Il pellegrinaggio diventa icona del cammino della Chiesa nel mondo, ma anche dell’esperienza cristiana dei singoli credenti.

La vita cristiana stessa è pellegrinaggio, è cammino di fede. Il credente vive in permanenza lo “status viatoris”, la sua vocazione (cf. la storia di Abramo) è quella dell’itinerante verso una meta finale che qui sulla terra è solo prefigurata. La condizione del credente, dunque, è quella di “ire per agros”, di camminare in questa vita sui campi terreni, ma con lo sguardo al Cielo, suo luogo di origine e di arrivo. Lo ha rammentato anche Papa Francesco: “Il pellegrinaggio è un simbolo della vita, ci fa pensare che la vita è camminare, è un cammino. Se una persona non cammina e rimane ferma, non serve, non fa nulla…” (Audio-Messaggio ai Partecipanti al 37° Pellegrinaggio Macerata-Loreto, 6 Giugno 2015).

Non potevano gli antichi cammini di pellegrinaggio non entrare a far parte degli itinerari certificati dal Consiglio d’Europa. Come sopra accennato, il programma degli itinerari culturali europei mira a favorire il dialogo interculturale e a rendere visibile l’identità europea, attraverso la valorizzazione del ricco patrimonio storico dei suoi popoli. Quale è, allora, l’idea di Europa che si vuol far emergere da detta iniziativa. Con il mettere in luce la sua storia e il suo patrimonio culturale, si vuole esibire quel solido retroterra di valori e di ideali che ha progressivamente dato volto ad una “identità comune”, seppur espressa non in maniera univoca, ma nella poliedricità delle sue manifestazioni. In tal senso, anche oggi, giuoca un ruolo importante la cultura (o le culture) con il suo innegabile influsso sulla società europea e la sua funzione di collante dei popoli.

Pertanto, il dialogo tra la cultura e la religione in Europa è come il cuore dell’iniziativa degli itinerari, soprattutto di quelli a sfondo religioso. Infatti, questi itinerari sono la testimonianza storica di come l’esperienza religiosa, in particolare quella cristiana, si è tradotta in cultura e di come quest’ultima abbia trovato forza ispiratrice nella religione. Quante opere letterarie dei secoli passati hanno visto la luce attingendo al cristianesimo, al suo pensiero e alla sua ricca simbolica spienziale e morale. Un esempio per tutti, è la Divina Comedia di Dante Alighieri. Si pensi poi alle innumerevoli opere d’arte (cattedrali, basiliche, chiese, pale d’altare, oggetti di oreficeria e di artigianato sacri, ecc.), che si trovano ovunque sul continente, nella grandi città come nei piccoli villaggi. Tutto questo patrimonio ha ancora molto da dire all’uomo europeo del nostro tempo ed invita a riscoprire la funzione sociale della cultura e del “sentire religioso” in senso generale.

Dunque, tra fede e cultura vi è sempre stato un pacifico e prolifico interscambio, durato per secoli, un rapporto nel quale era scontata la superiorità della fede sulla cultura, senza che quest’ultima si sentisse mortificata nelle sue espressioni.

Tuttavia, a partire dal secolo dei lumi, questa perfetta simbiosi s’infrange. Si fa strada l’idea che il pensiero dell’uomo sia in grado di riscattarsi dal riferimento a ciò che sta fuori di sé, come lo è Dio (e quindi la religione), e ergersi, in quanto essere adulto, a misura di se stesso e a misura di ciò che lo circonda. Come osservava Romano Guardini (1885-1968), riconosciuto scrittore e teologo tedesco del secolo scorso, studioso dell’incidenza dell’elemento religioso nella totalità dell’esistenza, d’ora in poi “ogni obiettivo vincolo religioso sarebbe minaccia alla libertà, perché renderebbe dipendente la personalità creatrice da un’istanza estranea al proprio campo operativo… Il positivismo in tutte le sue forme arriva infatti alla conclusione che ogni elemento religioso deve scomparire dalla vita e dall’azione umane” (R. Guardini, “Fenomenologia e teoria della religione”, 1958).

Ne derivò una scissione profonda, una contrapposizione che porterà ormai a parlare linguaggi diversi, fino a non comprendersi reciprocamente ed escludersi. “La rottura tra Vangelo e cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca”, scriverà il Beato Paolo VI nell’Esortazione Apostolica Evangeli nuntiandi dell’8 dicembre 1975, n. 20.

Cosa è successo in seguito a questa frattura? Sempre Romano Guardini rilevava come incombenti due estremi possibili: da una parte, “una religiosità che si ritira sempre più dai campi della vita culturale”, facendosi “più interiore”; dall’altra, una cultura che diventa mera espressione orizzontale dell’autonomia umana e nella quale “l’umo cade in balia della sua stessa opera”. Le contrapposizioni sono sempre da rifuggire. Da questa saggia constatazione dovrebbe nascere l’impegno a far incontrare oggi i due ambiti, religione e cultura, e a intavolare un dialogo libero da contrapposizioni ideologiche e pregiudizi, nella prospettiva di un condivisa responsabilità nella costruzione pacifica della società europea.

La Chiesa è impegnata in questa direzione. Lo ha confermato Papa Francesco prendendo la parola davanti al Parlamento Europeo di Strasburgo, il 25 novembre 2014: “Alla rinascita di un’Europa affaticata, ma ancora ricca di energie e di potenzialità, può e deve contribuire la Chiesa… Solo una Chiesa ricca di testimoni potrà ridare l’acqua pura del Vangelo alle radici dell’Europa…. Con la mente e con il cuore, con speranza e senza vane nostalgie, come un figlio che ritrova nella madre Europa le sue radici di vita e di fede, sogno un nuovo umanesimo europeo, un costante cammino di umanizzazione, cui servono memoria, coraggio, sana e umana utopia”.

I pellegrini medievali rappresentano in qualche modo un “umanesimo europeo”: essi potevano attraversare nazioni, regni, ducati e territori europei assai vari per raggiungere le mete di pellegrinaggi, trovandovi una cultura che li accoglieva senza difficoltà. La comune appartenenza alla religione cristiana superava le diversità linguistiche. Nemmeno le differenze di usanze erano un ostacolo. Ciò ha fatto sì che, attraverso l’intreccio di questi cammini di pellegrinaggio si rivelasse quel qualcosa che era fondamentale e condiviso nell’identità dell’uomo europeo. In fondo, la nascita della Comunità Europea, come realtà politica continentale, è stata motivata sì dalla risoluta condanna degli orrori di due conflitti mondiali, ma, in senso positivo, ha potuto innestarsi su una storia e su valori comuni, costruiti nei secoli precedenti.

Nei nostri giorni, la facilità di movimento ha portato ad un maggiore contatto tra i diversi popoli della terra e ad una forte interculturalità: fenomeno complesso quanto ineludibile. Questo fatto di per sé è un’occasione importante per costruire una civiltà basata sulla mutua comprensione, il rispetto reciproco e lo scambio culturale, senza crisi o cedimenti di identità, senza svendersi al relativismo culturale che tende a livellare al ribasso ogni differenza antropologica. Il pericolo è quello di un’omologazione verso il “basso” (purtroppo anche a livello religioso), caratterizzata da stili di vita e da mode prive di riferimenti storici e culturali.

Religione e cultura hanno sempre mantenuto un rapporto dialettico. Vero è che non si possono identificare; ma è altrettanto vero che entrambe si sono sempre intrecciate e la religione ha sempre rappresentato per le diverse culture il loro centro e l’anima profonda. Nella nostra odierna civiltà occidentale si deve prendere atto dell’autonomia della cultura rispetto alla religione. Anche l’insegnamento sociale della Chiesa lo riconosce: “la Chiesa non vieta che le arti e le discipline umane (…) si servano, nell’ambito proprio a ciascuna, di propri principi e di un proprio metodo; perciò, riconoscendo questa giusta libertà, la Chiesa afferma la legittima autonomia della cultura e specialmente delle scienze” (Concilio Vaticano II, Gaudium et Spes, n. 59).

Rivolgendosi ai partecipanti alla Conferenza “(Re)Thinking Europe”, organizzata dalla Commissione degli Episcopati della Comunità Europea (com.e.c.e.), il 28 ottobre 2017, Papa Francesco ha invitato “a considerare il ruolo positivo e costruttivo che in generale la religione possiede nell’edificazione della società”. Dialogo, dunque, in nome di alti traguardi e valori. È ancora papa Francesco a stimolare l’Europa in tal senso: l’Europa non è un insieme di regole da osservare, non un prontuario di protocolli e procedure da seguire. Essa è una vita, un modo di concepire l’uomo a partire dalla sua dignità trascendente e inalienabile e non solo come un insieme di diritti da difendere, o di pretese da rivendicare” (Discorso per la commemorazione del 60° Anniversario della firma dei Trattati di Roma; 24 marzo 2017).

Nasce così l’esigenza di promuovere quelle esperienze che hanno contribuito alla formazione dell’identità europea. Il pellegrinaggio è una di queste esperienze: lì si conosce, si tocca e sperimenta la vita, la storia, la natura e i valori dei popoli europei che, pur essendo diversi tra loro, hanno la comune caratteristica di essere stati segnati dal cristianesimo. Non si può che apprezzare la ricchezza religiosa e culturale di questi cammini di pellegrinaggio, riscoperti negli ultimi anni, anche grazie al programma del Consiglio d’Europa. Sono percorsi antichi per testimonianza e storia, ma sempre nuovi perché anche oggi vi camminano uomini e donne d’Europa. Siano essi pellegrini, oppure viandanti, motivati da ragioni religiose, da ideali spirituali, oppure no, essi condividono, attraverso l’esperienza del “cammino”, quei valori che appartengono alla storia dell’umanità e che anche oggi contribuiscono a forgiare l’identità dell’Europa. Un’identità che va costruita non per esclusione, ma nel dialogo tra soggetti diversi, come insegna il Concilio Vaticano II. «[…] tutti gli uomini, credenti e non credenti, devono contribuire alla giusta costruzione di questo mondo, entro il quale si trovano a vivere insieme: ciò, sicuramente, non può avvenire senza un leale e prudente dialogo» (Gaudium et Spes, n. 21).

Mons. Maurizio Bravi (Osservatore permanente della Santa Sede presso l’Organizzazione Mondiale del Turismo).

L’articolo è tratto dall’ultimo numero della rivista ufficiale AEVF “Via Francigena”. La rivista, edita dallo Studio Guidotti è consultabile gratuitamente online al sito www.rivistaviafrancigena.it e sarà acquistabile sullo shop online. Tante notizie, informazioni e testimonianze da leggere a passo lento in inglese, francese e italiano.