Via Francigena

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Capannori Ospitale: la richiesta alla Regione per una nuova struttura per i pellegrini

L’amministrazione Menesini ha fatto il primo passo verso un nuovo progetto a Capannori, dove si vuole ristrutturare un vecchio edificio per metterlo a disposizione dei pellegrini sulla Via Francigena
Il progetto ‘Capannori Ospitale’ è stato proposto nell’ambito delle azioni messe in campo per dar vita ad un turismo sostenibile e valorizzare la via storica che attraversa il centro di Capannori.

La realizzzazione del progetto è vincolata dall’ottenimento di fondi regionali previsti per questo tipo di interventi, che potrebbero finanziare l’opera, il cui costo è stimato in 760 mila euro, al 60 per cento dell’importo complessivo.

La nuova infrastruttura sarebbe collocata in un punto strategico del percorso storico, nel centro di Capannori, dove adesso si trova un edificio che il Comune intende recuperare per destinarlo a sede di questa particolare struttura ricettiva riservata a viaggiatori particolari come i viandanti della via Francigena.
Nei prossimi giorni nella sede di Athena, in via Carlo Piaggia a Capannori, sarà anche inaugurato un punto tappa e un punto timbro delle credenziali dei pellegrini (disponibile anche nelle ore di chiusura tramite una cassetta esterna porta timbro con dispositivo antivandalico), dove 
sarà anche installata una postazione touch screen autoportante. In prossimità della struttura culturale sarà posizionato un totem informativo a torre verticale con QR code.


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Un’alleanza per rilanciare la cultura europea e gli itinerari culturali

Intervento di Silvia Costa, Presidente della Commissione Cultura del Parlamento Europeo, sull’utilizzo delle risorse della programmazione 2014-2020 a favore delle politiche culturali ed itinerari culturali europei. L’intervista è stata pubblicata sul Sole 24 Ore.

Silvia Costa, già relatrice di Europa Creativa 2014-2020, nella precedente leguislatura si era fatta promotrice per l’inserimento degli itnerari culturali europeiall’interno del programma. Grazie ad una forte azione di coinvolgimento delle varie commissioni, ed a seguito di una azione pilota di tre anni, è stato realizzato un fondo europeo permanente per lo sviluppo delle azioni territoriali a vantaggio degli itinerari culturali europei.
Una attenzione particolare viene riservata al progetto per l’implementazione della Francigena verso Gerusalemme, all’interno del programma degli itinerari culturali del Consiglio d’Europa

“Pur nel pieno della crisi economica, cultura, educazione e creatività non hanno subito tagli nella programmazione Ue 2014-2020 e anzi hanno registrato un incremento negli investimenti. Un segnale chiaro, fondato sulla convinzione che il sostegno a questi settori porti ai territori crescita sostenibile e occupazione di qualità, nel rispetto del modello sociale europeo. Una battaglia del Parlamento, senza la cui azione oggi Horizon 2020 non includerebbe le scienze umanistiche; i Por Fesr non contemplerebbero più le parole cultura, valorizzazione del cultural heritage e delle industrie culturali e creative (Icc) tra gli Obiettivi tematici; il Fondo Sociale non sosterrebbe la formazione e lo sviluppo tecnologico e occupazionale per le attività culturali; l’Agenda Digitale avrebbe ignorato le Icc; Cosme non dedicherebbe specifica attenzione alle Pmi del turismo. È giunto il momento di cogliere le opportunità mettendo a regime con decisione gli spazi che la nuova programmazione apre nei programmi a gestione diretta, nei Piani operativi nazionali e soprattutto regionali, nelle azioni per le città metropolitane e le aree interne. Ma anche nei Gal e nei Leader dello Sviluppo Rurale. In Parlamento Europeo presenteremo Relazioni sulla revisione di Europa 2020 perché la cultura sia più centrale e stiamo lavorando alla relazione sulla comunicazione della Commissione per un approccio integrato al patrimonio culturale. Attendiamo gli esiti del Semestre di Presidenza Italiana, in particolare su workplan, heritage e audiovisivo. Sui programmi diretti tocca ora ai beneficiari, invitati a presentare progetti di qualità per Europa Creativa, Horizon 2020, Cosme, Erasmus+, Connecting Europe. Gli enti locali non devono considerarsi estranei a questi interventi, anzi: spesso sono loro a fare la differenza. È soprattutto nella programmazione territoriale che essi possono dare corpo alla loro visione di sviluppo, legato alle radici e proiettato verso l’Europa. Nel settore pubblico quanto in quello privato, profit e non, le Icc sono prevalentemente piccole realtà che affrontano con difficoltà il salto ad una maggior dimensione gestionale, tecnologica, di rete, di investimenti, di promozione e marketing sovranazionale.

La creazione di distretti, la messa in comune di servizi, la pratica delle residenze per artisti e creativi, l’adesione a progetti di lungo periodo, come le Capitali europee della Cultura, le Città capitali dei giovani o il marchio Unesco hanno fatto maturare nuovi know-how e capacità progettuali integrate e dotate di maggiore attrattività per i finanziamenti e impatto sulla vita dei cittadini. Il caso del turismo culturale merita una riflessione specifica. La cultura è la prima ragione per visitare l’Europa, prima meta turistica mondiale. La qualità di sviluppo indotta dal turismo culturale è la più desiderabile: educata, pulita, veicola dialogo interculturale con ricadute dirette sull’ospitalità e la valorizzazione del paesaggio, delle strutture di accoglienza e degli edifici storici, della gastronomia e del lifestyle. E sulla consapevolezza dei cittadini, specie giovani. Parlamento Europeo, Commissione e Consiglio d’Europa con le Regioni, i Comuni e le associazioni hanno stretto un’alleanza forte, che ho personalmente promosso e incoraggiato, per un rilancio strategico del Programma degli itinerari culturali europei, con l’impegno dell’Italia a completare il tracciato della Via Francigena fino a Gerusalemme.

Ma l’approccio integrato riguarda anche il modo di lavorare del Parlamento e della Commissione: la non adeguata percezione della trasversalità della cultura dipende anche dal riparto inadeguato delle competenze. Da qui, la necessità di lavorare in costante collegamento. Sul fronte della comunità culturale e creativa è tempo di metabolizzare la legittimazione economica che il settore ha acquisito e affrontare il tema del valore intrinseco di cultura, creatività e innovazione per società coese, democratiche e animate da cittadini più felici.”
Silvia Costa

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Intervista con Luigi Nacci, scrittore, giornalista, guida escursionistica e operatore culturale. Meglio dire, un viandante moderno.

 Luigi Nacci è insegnante, giornalista, guida escursionistica e operatore culturale. Progetta e organizza stabilmente eventi culturali in tutta Italia – come il Festival della Viandanza. Gli piace considerarsi un viandante. È uno dei fondatori dell’Associazione Movimento Lento e una guida de “La Compagnia dei Cammini“. Il suo ultimo libro è Alzati e Cammina. Potete leggere il suo blog, aggiornato e ricco di spunti, anche sul cammino.
 
La#Francigena che verrà. Spunti, impressioni, auspici. Questo uno dei tuoi recenti post sul blog, alla fine del tuo cammino a piedi verso Roma, che invitiamo gli amici francigeni a leggere.
Hai fatto una analisi costruttiva ed oggettiva della situazione della Francigena, oggi. E’ stato fatto tanto, ma c’è ancora tanto da fare, partendo dalla priorità che sono accoglienza, sicurezza e segnaletica.  Sono le certezze che, chi cammina, si aspetta di incontrare. Il tuo punto di vista, Luigi?
 
Farei un passo indietro. Esistono le vie francigene, o vie romee: sono un fascio di strade che interessa tutta l’Italia. Tra di esse c’è la Via Francigena a cui ti riferisci e che molti di noi hanno compiuto, sulle orme di Sigerico e di altri milioni di pellegrini. Ha conosciuto epoche di vasta e di bassa affluenza, ora sta riprendendo ad essere percorsa, per molte ragioni, e quelle ragioni vengono prima di ogni cosa, prima di ogni politica di promozione dell’itinerario: perché la gente si mette in cammino? Perché si mette in cammino verso Roma (o verso Santiago)?
Credo che chiunque si occupi di Francigena, qualsiasi sia il ruolo che ricopre, debba prima farsi queste domande. La domanda è già la risposta, è in quell’interrogarsi continuo che ci troviamo, volenti o nolenti, tutti. Per occuparsi di Francigena bisogna mettersi in cammino, colmi di domande, sapendo che sarà difficile, se non impossibile, rispondere. Credo che da questo interrogarsi, sulla strada, possa nascere una riflessione complessa a vantaggio di quell’itinerario. Se ci sono stati dei miglioramenti, come ad esempio nell’ambito della sicurezza (la Toscana in primis), è perché alcuni amministratori e progettisti di buona volontà hanno indossato le vesti dei viandanti e sono partiti. Ma ancora non basta, c’è bisogno di più partecipazione, le genti che vivono nei territori francigeni devono sentirsi pellegrini e ospitalieri, devono calarsi nei panni dell’essere umano basico che si sposta con la propria casa nello zaino, e così facendo ameranno quella via.
Nel Medioevo gli scolastici dicevano che si ama solo ciò che si conosce. Ecco, più aumenterà l’amore per la Francigena, per la sua storia, per ciò che simboleggia, per gli orizzonti che apre dentro di noi, più sarà curata. Rispetto ad anni fa si viaggia con maggiore sicurezza, ci sono molti segnali (a volte troppi), sono aumentati i luoghi di accoglienza, ma deve crescere quella forma di amore. Il pellegrino, o il viandante, chiede solo una cosa: accoglienza. Si accoglie aprendo le braccia, offrendo dell’acqua, prima che assicurando un tetto.

 
Nel tuo libro Alzati e Cammina (Ediciclo, 2014) ad un certo punto parli di “viandanza”, del significato che per te essa ha e della bellezza che questo concetto racchiude. 
“E non esiste viandanza, come ci suggerisce René Char, senza amore e rivoluzione”. Come si lega la viandanza al cammino, alla lentezza, all’incontro, alla Francigena? E proprio sulle orme della “Viandanza”, è nato un Festival…
 
Viandanza è una bella parola, bellissima. Ci ricorda che sulla via non si può stare che danzando, che la via stessa è una danza. Dentro la viandanza c’è tutto: c’è il pellegrino, inteso in senso lato o senso stretto, così come Dante li definiva, ovvero chi lascia la propria patria e si fa straniero o chi parte alla volta di Santiago de Compostela; c’è il viandante, ovvero l’essere umano che va sulla via, che dalla via si fa attraversare, un corpo attraverso il quale passano tutti i sentieri, una sorta di filtro, una spugna; ci sono anche i transumanti, i briganti, i nomadi, i commercianti, i clandestini, i migranti, i vagabondi e gli erranti senza meta, tutti. Nessuno viene escluso dalla viandanza. Deve essere immaginata come una casa mobile che accoglie senza discriminazioni chiunque, per una ragione o per l’altra, si è messo in cammino. La viandanza non discrimina: si può essere credenti o no, con o senza i piedi, con le stampelle, in carrozzella, con qualsiasi menomazione del corpo o dello spirito. In cammino siamo tutti uguali. Esseri umani basici che hanno bisogno di poche cose, che respirano a fondo, che si fanno domande, che sono a contatto con la terra.
 Il Festival della Viandanza, a cui accennavi, è nato per parlare di tutti coloro che abitano nella viandanza, in quella strana e poco visibile casa mobile, o che a quella casa sono diretti. Non è una rassegna sul camminare, ma sul cammino. Il cammino si può fare con ogni mezzo, anche da fermi. È una condizione, un modo di stare al mondo, e allo stesso tempo un modo di proiettarsi in avanti. Nella viandanza, infatti, c’è una forte carica di speranza e utopia, e questo perché quella casa mobile ha le porte e le finestre sempre aperte.

 
L’evoluzione del cammino, anzi dei cammini, verso Santiago è oggi sotto gli occhi di tutti. Un itinerario esploso sotto ogni punto di vista, sociale, economico, economico, turistico. Un fascio di strade che oggi fa vivere aree rurali che legano la propria identità a questo cammino. Quale prospettive, secondo te, per la Francigena? Come la immagini fra 5 e fra 20 anni?
 
L’Europa è cosparsa di vie, un intreccio intricato, per il semplice motivo che un tempo le persone sono sempre partite da casa propria. Ci sono state epoche in cui in milioni si sono messi in cammino, ed epoche e posti in cui questo è stato visto con sospetto, o è stato addirittura vietato. Quanti andavano a Santiago a piedi cinquant’anni fa? Pochi. Quanti ci vanno oggi? Quasi 300mila, di tutto il mondo, di culture e religioni differenti. C’è chi, tra i “veterani”, che grida allo scempio, parlando di business, di speculazione, di gente che approfitta. Mi fa specie, perché credo che se c’è una cosa che dovrebbe insegnarci il cammino è l’attitudine a giudicare il meno possibile. Anche nel Medioevo gli osti erano in competizione per attirare a sé i pellegrini, a volte andavano addirittura a cercarli. Non era pubblicità, quella? Fa parte della natura umana. Il cammino dovrebbe insegnarci a prendere atto di ciò che siamo, ad includere e non ad escludere. Non esistono veri o finti pellegrini. Si può partire turisti, spregiudicati, assassini, ladri, e arrivare pellegrini. Cioè trasformarsi, sulla via, in esseri umani senza patria, senza carta di identità, soli, ansiosi di condividere con gli altri, liberi. Se capiamo questo, questo movimento di inclusione, allora possiamo ragionare sul futuro della Francigena. Arriveranno sempre più persone, da molti paesi, per le ragioni più disparate, da chi vuole fare il turista nei borghi eccezionali a chi vuole mangiare e bere bene, da chi ha mollato tutto e spera in un cambiamento a chi fa un viaggio devozionale.
C’è spazio per tutti, sulla strada. Se la Francigena sarà inclusiva e accogliente, se saprà conservare la sua storia e allo stesso tempo guardare in avanti, e se sarà amata, allora saranno moltissimi a percorrerla. Il passaparola è la vera risorsa: parti, ti trovi bene, soprattutto ti trovi o ti ritrovi, torni e convinci le persone che ami a farlo. Così è andata a Santiago. Poi sì, ci sono le campagne promozionali, le operazioni di messa in sicurezza, di restauro, ripristino e così via, ma non si sostituiscono al passaparola, sono complementari.
 

Camminare, scrivere, raccontare, trasmettere e restituire le emozioni di viaggio, lentamente. Non è una cosa banale, né scontata. Ma pare che tu sia davvero bravo a farlo (!).  Il tuo ultimo cammino sulla Francigena come è riuscito a dare nuovi impulsi alla tua creatività narrativa ed a far fluire le nuove sensazioni legate viaggio? Il blog che hai deciso di scrivere, come ha condizionato il tuo cammino?
 
Non ho mai scritto durante i miei cammini. Ho annotato delle parole a volte, frasi, versi, scattato foto per ricordarmi le facce e i luoghi. Scrivere è tentare di dare ordine al caos, è un atto di razionalizzazione. Il cammino, invece, è l’esplosione dei sentimenti, delle sensazioni, delle domande senza risposta, degli stimoli, delle passioni, dei desideri incolmabili, degli impeti. Una giornata in cammino corrisponde a una settimana, un mese, un anno della nostra vita in ufficio o a casa. Come fare, alla fine di una giornata di impeti e esplosioni, che è durata un anno, a raccontare tutto quello che è successo? È durissima. Ho voluto fare questo esercizio, questa prova. Mentre camminavo prendevo appunti, alla sera scrivevo, la mattina successiva terminavo e pubblicavo sul mio blog. Ad un certo punto ho avvertito nettamente che era maggiore la fatica di scrivere, cioè di imbrigliare il caos, che quella derivata dal camminare. Ho compiuto in sostanza due cammini, uno del corpo, uno delle parole. L’uno arricchiva e allo stesso tempo depauperava l’altro. Si condizionavano a vicenda. È stata un’esperienza forte, di messa in discussione.
Molte delle domande che ci si fa camminando, di giorno, tendono ad essere sgretolate dalla stanchezza, di sera. Ci carichiamo di punti interrogativi che dopo il tramonto diventano puntini di sospensione, e la mattina successiva non c’è più alcun punto, si parte daccapo. Io invece la sera e la notte restavo appeso a quei punti di domanda. Come se non smettessi mai di dubitare di te e di ciò che ti circonda. È stato un ottimo esercizio. Ho imparato, ad esempio, che non si impara mai nulla. Che si resta esseri umani basici, e niente più.
 

Cosa significa per te viaggiare lentamente alla velocità di 4 km/h, con uno zaino da 10 kg sulle spalle? Cosa rende diversi il cammino verso Santiago e sulla Francigena rispetto ai tantissimi sentieri culturali, di montagna o percorsi podistici che si trovano ovunque, intorno a noi?
 
La velocità esterna non conta. Non mi piace contare i km che ho fatto. Lo faccio ancora, ma non mi piace. Non mi piace nemmeno essere ossessionato dallo zaino, dal suo peso. Tendo a spostare sempre più in là la preparazione dello zaino, che sia all’ultimo momento. Vorrei arrivare al giorno in cui non penserò più allo zaino e non penserò più ai km da fare. Credo che questo sia uno degli insegnamenti del cammino: dimenticare. Dimentica quello che sei, la tua casa, il tuo corpo, quelli che credi siano i tuoi talenti. Non trattenere nulla. È una via lunga e difficile, vincono sempre gli errori. Vorrei anche, per rispondere alla tua ultima domanda, dimenticarmi un giorno di Santiago, di Roma, di Gerusalemme, dimenticarmi tutte le mete, dimenticare le cime, dimenticare qualsiasi cosa abbia a che fare con un obiettivo. Non c’è differenza tra Santiago e la casa dell’amico che vorresti andare a visitare. Siamo noi a dare senso al cammino. Vorrei riuscire, prima o poi, a sentirmi realmente in cammino anche senza camminare. Sembra un paradosso, ma forse meno di quanto sembri…
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Interview de Luigi Nacci, écrivain, journaliste, guide excursionniste et opérateur culturel. Ou plutôt un voyageur moderne.

Luigi Nacci est enseignant, journaliste, guide excursionniste et opérateur culturel. Il projette et organise durablement des évènements culturels dans toute l’Italie – comme le Festival della Viandanza. Il se considère comme un voyageur. C’est un des fondateurs de l’Association Movimento Lento et un des guides de « La Compagnia dei Cammini ». Son dernier livre est « Alzati e Cammina » (Lève-toi et marche). Vous pouvez lire son blog, mis à jour et riche d’idées, même sur le chemin.

« La #Francigena à venir. Idées, impressions, espoirs ». Voici un de tes récents titres sur le blog, à la fin de ton chemin à pied vers Rome. Nous invitons nos amis de la Via Francigena à le lire.

Tu as fait une analyse constructive et objective de la situation de la Francigena aujourd’hui. Beaucoup a été fait, mais encore beaucoup reste à faire, en partant des priorités que sont l’accueil, la mise en sécurité et le balisage. Ce sont des choses acquises que ceux qui marchent, pensent rencontrer. Ton point de vue, Luigi ?

Je ferai un pas en arrière. Les chemins de la Via Francigena ou Vie Romee existent : ce sont une multitude de routes qui traversent toute l’Italie. Parmi elles, il y a la Via Francigena à laquelle tu fais référence et que beaucoup d’entre nous ont parcourue, sur les pas de Sigéric et d’autres millions de pèlerins. Elle a connu des époques de grande et de basse affluence, maintenant elle est à nouveau parcourue, pour beaucoup de raisons. Ces raisons sont primordiales, avant n’importe quelle politique de promotion de l’itinéraire : pourquoi les gens se mettent en chemin ? Pourquoi en chemin vers Rome (ou vers Saint Jacques) ?

Je crois que n’importe qui qui s’occupe de Francigena, quel que soit le rôle qu’il occupe, doit avant tout se poser ces questions. La question est déjà une réponse. C’est dans cette interrogation continue que nous trouvons tout, qu’on le veuille ou non. Pour s’occuper de la Francigena il faut se mettre en chemin, rempli de questions, en sachant déjà que ce sera difficile, peut-être impossible d’y répondre. Je crois que de cette interrogation, sur la route, peut naitre une réflexion complexe à l’avantage de cet itinéraire. S’il y a eu des améliorations ; comme par exemple dans le domaine de la sécurité (la Toscane en premier lieu), c’est parce que certains administrateurs et concepteurs de bonne volonté ont endossé les vêtements des voyageurs et sont partis. Mais cela ne suffit pas, on a besoin de plus de participation, les gens qui vivent dans les territoires de la Francigena doivent se sentir pèlerins et hospitaliers, ils doivent de se mettre à la place de l’être humain de base qui se déplace avec sa maison dans un sac à dos, et en faisant comme ça, ils aimeront ce chemin.

Au moyen-âge, les écoliers disaient que l’on aime seulement ce que l’on connait. Voilà, plus l’amour pour la Via Francigena augmentera, pour son histoire, pour ce qu’elle symbolise, pour les horizons qu’elle ouvre à l’intérieur de nous, plus elle sera entretenue. Par rapport à quelques années en arrière, on voyage plus en sécurité, il y a beaucoup de signalisation (des fois même trop), les lieux d’accueil ont augmenté, mais cette forme d’amour doit grandir. Le pèlerin ou le voyageur demande seulement une chose : l’accueil. On accueille en ouvrant les bras, en offrant de l’eau, avant d’assurer un toit.

Dans ton livre « Alzati et Cammina » (Ediciclo, 2014) tu parles de « viandanza » (un mélange des mots voyage et danse, ndlr), de la signification de ce terme pour toi et de la beauté que ce concept renferme.

« Et « viandanza » n’existe pas, comme nous le suggère René Char, sans amour et révolution » Comment relie-t-on la « viandanza » au chemin, à la lenteur, à la rencontre, à la Francigena ? Justement sur les pas de la « viandanza » est né un Festival…

« Viandanza » est un beau mot, très beau. Il nous rappelle que sur le chemin, on ne peut que danser, que le chemin lui-même est une danse. Dans le mot « Viandanza » il y a tout : il y a le pèlerin, au sens large ou étroit, comme Dante le définissait, c’est-à-dire qui laisse sa patrie et devient étranger ou qui part pour Saint Jacques de Compostelle ; il y a le voyageur, c’est-à-dire l’être humain qui va sur le chemin, qui se fait traverser par le chemin, un corps à travers lequel passent tous les sentiers, une sorte de filtre, une éponge ; il y a aussi les transhumants, les brigands, les nomades, les commerçants, les clandestins, les migrants, les vagabonds et les errants sans objectifs, tous. Personne n’est exclu de la « Viandanza ». Elle doit être imaginée comme une maison mobile qui accueille sans discriminations tous ceux, pour une raison ou pour une autre, qui se sont mis en chemin. La « Viandanza » ne discrimine pas : on peut être croyant ou pas, avec ou sans pieds, avec les béquilles, en fauteuil roulant, avec n’importe quel handicap du corps ou de l’esprit. En chemin, nous sommes tous égaux. Etres humains basiques qui ont besoin de peu de choses, qui respirent profondément, qui se posent des questions, qui sont en contact avec la terre.

Le Festival de la Viandanza, auquel je faisais référence, est né pour parler de tout ceux qui habitent dans la « Viandanza », dans cette étrange et peu visible maison mobile, ou qui s’y dirige. Ce n’est pas une étude sur le fait de marcher, mais sur le chemin. Le chemin peut être fait avec n’importe quel moyen, même à l’arrêt. C’est une condition, une façon d’être au monde, et en même temps, une façon de se projeter en avant. Dans la « Viandanza », en effet, il y a une grande partie d’espoir et d’utopie, et cela parce que cette maison mobile a les portes et les fenêtres toujours ouvertes.

L’évolution du chemin, même des chemins vers Saint Jacques est aujourd’hui visible par tous. Un itinéraire qui a explosé sous tous les points de vue (social, économique, touristique). Une multitude de routes qui aujourd’hui fait vivre des zones rurales qui lient leur propre identité à ce chemin. Quelle perspective, à ton avis, pour la Francigena ? Comment tu l’imagines dans 5 ou 20 ans ?

L’Europe est envahie de chemins pour la simple raison qu’à un moment, les personnes sont toujours parties de leurs maisons. Il y a eu des époques où des millions de personnes se sont mises à marcher, et des époques et des lieux où cela était suspect, ou même interdit. Combien de personnes allaient à Saint Jacques à pied il y a 50 ans ? Peu. Combien y vont aujourd’hui ? Presque 300.000, du monde entier, de cultures et de religions différentes. Il y a ceux, parmi les « vétérans », qui crient au massacre, en parlant de business, de spéculations, de personnes qui en profitent. Ça me fait sourire, parce que je crois que s’il y a une chose que le chemin devrait nous enseigner, c’est l’attitude de juger le moins possible. Même au moyen-âge, les aubergistes étaient en compétition pour attirer les pèlerins, des fois ils allaient même les chercher. Ce n’était pas de la publicité ça ? ça fait partie de la nature humaine. Le chemin devrait nous enseigner à prendre acte de ce que nous sommes, à inclure et non à exclure. Il n’existe pas de vrais ou de faux pèlerins. On peut partir touristes, justiciables, assassins, voleurs et arriver pèlerins. C’est-à-dire se transformer, en chemin, en êtres humains sans patrie, sans carte d’identité, seuls, anxieux de partager avec les autres, libres. Si nous comprenons cela, ce mouvement d’inclusion, alors nous pouvons raisonner sur le futur de la Francigena. Toujours plus de personnes arriveront, de beaucoup de pays, pour les raisons les plus différentes, de ceux qui veulent faire les touristes dans les bourgs exceptionnels à ceux qui veulent bien manger et bien boire, de ceux qui ont tout lâcher et espèrent en un changement à ceux qui font un voyage de dévotion. Il y a de la place pour tous, sur le chemin. Si la Francigena sera inclusive et accueillante, si elle saura conserver son histoire tout en regardant vers l’avenir, et si elle sera aimé, alors ils seront nombreux à la parcourir. Le bouche à oreille est la vraie ressource : tu pars, tu te trouves bien, tu te trouves surtout ou tu te retrouves, tu reviens et tu convaincs les personnes que tu aimes à le faire. C’est ce qui est arrivé à Saint Jacques. Puis, il y a les campagnes promotionnelles, les opérations de mise en sécurité, de restauration, de rétablissement et ainsi de suite, mais ça ne substitue pas le bouche à oreille, c’est complémentaire.

Marcher, écrire, raconter, transmettre et restituer les émotions du voyage, lentement. Ce n’est pas banal, ni évident. Mais il parait que tu es très doué pour le faire (!). Ton dernier chemin sur la Francigena, comment a-t-il réussi à donner de nouvelles impulsions narratives et à faire s’écouler les nouvelles sensations liées au voyage ? le blog que tu as décidé d’écrire, comment a-t-il conditionné ton chemin ?

Je n’ai jamais écrit durant mes marches. J’ai noté des mots des fois, des phrases, des vers, pris des photos pour me rappeler les visages et les lieux. Ecrire est essayer d’ordonner le chaos, c’est un acte de rationalisation. Le chemin, au contraire, c’est l’explosion des sentiments, des sensations, des questions sans réponses, des stimulations, des passions, des désirs irréalisables, des impétuosités. Une journée en chemin correspond à une semaine, un mois, une année de notre vie au bureau ou à la maison. Comment faire, à la fin d’une journée de fougues et d’explosions, qui a duré un an, pour raconter tout ce qui est arrivé ? C’est très difficile. J’ai voulu faire cet exercice, cette épreuve. Pendant que je marchais, je prenais des notes, le soir j’écrivais, le matin suivant je terminais et publiais sur mon blog. A un moment, j’ai senti nettement que la fatigue d’écrire était plus importante, c’est-à-dire de maitriser le chaos, que celle qui dérive de la marche.  Concrètement, j’ai réalisé deux chemins, un du corps, un des mots. L’un enrichissait et en même temps appauvrissait l’autre. Ils se conditionnaient l’un l’autre. Ça a été une expérience forte, de remise en question.

Beaucoup des questions que l’on se pose en marchant, de jour, ont tendance à se briser avec la fatigue, de soir. Nous nous chargeons de points d’interrogation qui après le coucher du soleil deviennent des points de suspension, et le matin suivant, il n’y a plus aucun point. On repart du début. Alors que moi, le soir et la nuit, je restais suspendu à ces points d’interrogation. Comme si tu n’arrêtais jamais de douter de toi et de ce qui t’entoure. Ça a été un très bon exercice. J’ai appris, par exemple, que l’on n’apprend jamais rien. On reste des êtres humains de base, et rien de plus.

Que signifie pour toi voyager lentement à la vitesse de 4 km/h, avec un sac à dos de 10 kg sur le dos ? Qu’est-ce qui rend différent le chemin vers Saint Jacques et sur la Via Francigena par rapport aux autres nombreux sentiers culturels, de montagne ou parcours pédestres qui se trouvent de partout autour de nous ?

La vitesse extérieure ne compte pas. Je n’aime pas compter les km que j’ai faits. Je le fais encore, mais je n’aime pas. Je n’aime pas non plus être obsédé par le sac à dos, par son poids. Je déplace toujours plus la préparation du sac à dos, pour que ce soit fait au dernier moment. J’aimerais arriver au jour où je ne penserais plus au sac à dos et je ne penserais plus aux km à faire. Je crois que cela est un des enseignements du chemin : oublier. Oublie ce que tu es, ta maison, ton corps, ce que tu crois être tes talents. Ne retiens rien. C’est un chemin long et difficile, les erreurs gagnent toujours. Je voudrais aussi, pour répondre à ta dernière question, oublier un jour Saint Jacques, Rome, Jérusalem, oublier toutes les destinations, oublier, les cimes, oublier ce qui a un rapport avec un objectif. Il n’y a pas de différences entre Saint Jacques et la maison d’un ami à qui tu aimerais rendre visite. Nous donnons nous- même un sens au chemin. Je voudrais réussir, un jour ou l’autre, à me sentir réellement en chemin, même sans marcher. Ça semble un paradoxe, mais peut-être moins que ça n’y parait…

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“Imago Francigena, la strada che unisce”: mostra fotografica al parco del Pineto

S’inaugura sabato 22 novembre, dalle ore 11,00, nella Biblioteca Casa del Parco, via Pineta Sacchetti 78, la mostra fotografica collettiva “Imago Francigena. La strada che unisce” a cura di Ilaria Canali, con l’organizzazione dell’Università Popolare Terre della Francigena in collaborazione con la Biblioteca Casa del Parco, Biblioteche di Roma, e con il Patrocinio di Roma Capitale.

La mostra, che si protrarrà fino al 31 dicembre 2014, è inserita nel Festival Europeo “Collective Project 2014″ e celebra il semestre di Presidenza Italiana dell’Unione Europea ispirandosi ai valori di integrazione che questa via rappresenta.

Fonte: VignaClaraBlog

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La Via Francigena: concorso fotografico Ponte in Festa

La Francigena ancora una volta diventa il terreno ideale per sviluppare iniziative culturali, legate alla valorizzazione dei territori. A Ponte ‘D’Arbia, una piccola frazione di Monteroni d’Arbia in provincia di Siena, la festa locale si arricchisce di un importante concorso fotografico.

Una iniziativa nata nel 2014 per sottolineare il legame del territorio con la Francigena. L’idea nasce dall’incontro quotidiano con pellegrini e viandanti, i loro racconti e le loro esperienze affascinanti di viaggio.

Questo concorso vuole omaggiare i Pellegrini ma non solo, anche tutti gli appassianati di fotografia. Grazie all’entusiasmo e alla fiducia di molte aziende vengono offerti premi ai partecipanti!

Il concorso è totalmente gratuito e senza scopo di lucro.

Grazie alla collaborazione con Vanessa Rusci e la sua scuola di fotografia è stato inoltre possibile organizzare un concorso serio e professionale, con giurie di alto livello.

Maggiori info sul sito web e la pagina facebook

 

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Stati Generali della Francigena nel Sud, i territori locali chiamati ad essere protagonisti

L’Associazione Europea delle Vie Francigene, incaricata ufficiale del Consiglio d’Europa quale reseau porteur della Via Francigena, in accordo e collaborazione con Regione Puglia e Pugliapromozione, convoca venerdì 28 e sabato 29 novembre prossimi a Bari gli “Stati Generali della Via Francigena nel Sud” per l’approvazione del Dossier di candidatura di “Itinerario Culturale del Consiglio d’Europa”.

Si tratta di un obiettivo convintamente perseguito che si auspicapossa ottenere risposta positiva nella prossima sessione primaverile del Consiglio di Direzione dell’Accordo Parziale Allargato sugli Itinerari Culturali del Consiglio d’Europa, previa istruttoria dell’Istituto Europeo degli Itinerari Culturali di Lussemburgo.

 Il riconoscimento della Via Francigena, “spina dorsale” che attraversa l’Italia intera, dalla Valle d’Aosta alla Puglia, inanellando una infinità di patrimoni materiali e immateriali, è utile al Paese in quanto brand europeo di turismo culturale, sostenibile ed economicamente rilevante.  E ciò è particolarmente vero nel Mezzogiorno, straordinariamente ricco di culture, tradizioni e talenti non sempre adeguatamente valorizzati.

In particolare nel pomeriggio di sabato 29 novembre, si svolgerà la Sessione Plenaria che coinvolgerà i rappresentanti delle istituzioni con le quali abbiamo condiviso il cammino, ad un passo ormai dalla sua conclusione.

Preceduto, alle 9.30, da un tavolo costituito dalle Amministrazioni Comunali già aderenti a questa Associazione: Andria (BT), Bari (BA), Barletta (BT), Biccari (FG), Corato (BA), Laurenzana (PZ), Lucera (FG), Molfetta (BA), Telese Terme (BN) e il GAL Colline Joniche (TA). A questi comuni e GAL si aggiungono le Regioni sulla Francigena nel Sud che hanno già formalizzato l’adesione con AEVF, Lazio e Puglia.

L’incontro di Bari rappresenta una importante occasione per sensibilizzare le istituzioni (locali, regionali), le associazioni ed per l’Associazione Europea delle Vie Francigene a raggiungere l’importante riconoscimento ufficiale, a nome di tutto l’itinerario europeo del Sud.

 

 

 

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In pellegrinaggio dall’Europa a Canterbury. Un cammino che ancora continua…

Intervento di Colin Carmichael, Direttore Generale del Comune di Canterbury, in occasione della conferenza sulla Via Francigena presso l’Abbazia Tre Fontane a Roma (8 Novembre 2014). La città di Canterbury è membro dell’AEVF dal 2005.

In allegeto l’intervento (in inglese)

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Pilgrimage from Europe to Canterbury. And it continues…

Speech by Colin Carmichael, Chief Executive of Canterbury City, to Via Francigena Conference at Abbazia Tre Fontane in Roma (8th November 2014). The City of Canterbury is member of the EAVF since 2005.

“1400 years ago a monk named Augustine was sent from Pope in Rome to Anglo Saxon Kingdom of Kent to convert the King and his people from paganism to Christianity.

King Ethelbert had married a Frankish princess, whose name was Bertha, and who was Christian. 

Every day she walked from the King’s palace to St Martin’s Church to say mass and pray. St Martin’s church is now the oldest continuously used parish church in England.

Augustine founded the Abbey in his name, St Augustines Abbey. Later Kings founded the Cathedral.

These 3 buildings now form the UNESCO world heritage site in Canterbury.

Augustine’s successors became the Archbishops of Canterbury. 

The Archbishops received a blessing and their ‘pallium’ from the Pope in Rome. Archbishop Sigeric was the first to leave a record of his journey, in 990AD, which we now call the Via Francigena.

King Ethelbert’s successors also followed the Via. 

The most famous Anglo Saxon King, Alfred the Great, visited Rome and received a blessing from the Pope.

Pope Gregory the Great, on seeing blond-haired English people in Rome, made the joke, non Angli, sed Angeli.

In 1080, the Norman conqueror of the old Anglo Saxon Kingdom, King William, agreed that the Archbishop of Canterbury should have primacy over the Archbishop of York. However, there were always tensions between the Kings and the archbishops. Who was responsible for taking decisions about the Church in England?

In 1170, these tensions led to the murder of archbishop Thomas Becket in his own Cathedral by the Kings men. He was made a Saint and is worshipped across Europe.

So, Pilgrimage began, from Canterbury to Rome, and after the murder of Becket, there was Pilgrimage from Europe to Canterbury. And it continues…….”