Via Francigena

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La Via Francigena, dai Monti Dauni a Brindisi

Nel mese di luglio l’Associazione Europea delle Vie Francigene, in collaborazione con operatori ed esperti locali, ha effettuato un’attività di rilievo, verifica e monitoraggio del percorso della Via Francigena del Sud in Puglia, nel tratto che va dai Monti Dauni fino a Brindisi.

Il lavoro, svolto per conto di Puglia Promozione (Progetto “Monti Dauni: valorizzazione integrata delle eccellenze di carattere culturale, religioso, paesaggistico ed enogastronomico), l’agenzia regionale del turismo, consiste nella tracciatura di un itinerario percorribile a piedi a beneficio dei pellegrini che intraprendono il cammino della Via Francigena da Roma verso i porti d’imbarco per Gerusalemme.

L’obiettivo dell’attività è la definizione di un tracciato che tenga conto della camminabilità contemporanea, con indicazione delle tappe intermedie scelte in base alla presenza dei servizi essenziali e di una lunghezza media giornaliera non superiore a 30km.

Il percorso è stato predisposto e verificato da una squadra di 5 tecnici che si sono suddivisi il lavoro nell’arco di oltre un mese. La prima azione svolta è stata la predisposizione “a tavolino”, ovvero tramite l’utilizzo di carte geografiche della regione e di software cartografici, di un percorso che sia lineare, eviti quanto più possibile i tratti asfaltati e tocchi i principali punti d’interesse turistici.

Successivamente l’intero itinerario è stato percorso con mountain bike a pedalata assistita, dotate della strumentazione opportuna al rilievo della traccia, , ovvero GPS Garmin eTrex 35 touch, action cam Garmin VIRB, macchine fotografichecompact Sony e Canon G5X, smartphone iPhone 6 e Huawei P9 dotati di riconoscitore vocale.

Infine i punti critici che necessitavano di un approfondimento puntuale, come sentieri di difficile percorrenza o attraversamenti di strade ad altà velocità e traffico intenso, sono stati percorsi a piedi con un’auto d’appoggio, per verificarne l’effettiva percorribilità da parte dei pedoni.

Al termine di queste attività il team ha utilizzato un software cartografico di ultima generazione per la stesura definitiva delle tracce e dei waypoint che indicano la segnaletica dei bivi, i punti d’interesse e, in generale, i principali servizi a supporto dei pellegrini.

Il progetto, fortemente voluto e spinto dalla Regione Puglia, si inserisce strategicamente nella più ampia attività di valorizzazione della Via Francigena come principale cammino italiano a lunga percorrenza e, soprattutto, auspica di poter certificare la Via Francigena nel Sud come itinerario culturale del Consiglio d’Europa.

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The Via Francigena from the Monti Dauni to Brindisi

In July the European Association of the Vie Francigene, in collaboration with local operators and experts, realised a very important task, to verify and monitor the route of the Via Francigena in the south in Puglia, on the tract from Monti Dauni to Brindisi

The work, carried out by Puglia Promozione (The “Monti Dauni: valorizzazione integrata delle eccellenze di carattere culturale, religioso, paesaggistico ed enogastronomico”), the regional tourism agency, consists of tracing a walkable route for the benefit of pilgrims that undertake the Via Francigena from Rome to Jerusalem.  

The objective of the task is to define a tract that takes walking access into consideration, with signs indicating the intermediate legs chosen based on the presence of the necessary services available as well as the medium length of the walk, which should be no more than 30km.  

The route was prepared and verified by a group of 5 technicians that subdivided the work load across the span of over one month.  The first task was the arrangement of a “little chart”, or in other words, through the use of regional maps and of a cartographic software, the creation of a linear route, avoiding tarmac tracts and paths that touched places of touristic interest as much as possible.  

Later, the entire route was traversed with pedal-assisted mountain bikes, well-equipped for the structure of the tract, fitted with the GPS Garmin eTrex 35 touch, action cam Garmin VIRB, Sony and Canon G5X compact cameras, the iPhone 6 smartphone and Huawei P9, with voice recognition.  

Lastly, the critical points that needed reoccurring in-depth analysis, such as trails of difficulty or high speed or congestive road crossings, were travelled along on foot with a car standing by, to verify the routes effective accessibility on foot.   

At the end of this task the team used state-of-the-art cartographic software for the definitive draft of the tract and the waypoints that indicate the crossroad signs, points of interest and, in general, the main support services for pilgrims.   

The project, strongly desired and supported by the region of Puglia, strategically slides into the greater activity of valorisation of the Via Francigena as the main long-distance walk in Italy and, above all, hopes to be able to certify the Via Francigena of the South as a cultural route of the Council of Europe.  

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Gemellaggio tra Cammino di Santiago e Via Francigena

E’ la proposta del Presidente dell’Associazione Europea delle Vie Francigene alla inaugurazione del Festival “REMOVER ROMA CON SANTIAGO”  organizzato a Roma dall’Ambasciata di Spagna.

Il 2 ottobre è stato inaugurato nella prestigiosa sede della Accademia di Spagna a Roma il Festival REMOVER ROMA CON SANTIAGO, un ricco programma di appuntamenti di cultura, arte, musica, teatro, cinema che permette di ripercorrere il Cammino di Santiago attraverso le espressioni artistiche di importanti protagonisti della scena culturale spagnola. 

Per un mese esatto, i luoghi più rappresentativi della cultura spagnola con sedi a Roma, la Real Academia de España, l’Instituto Cervantes e la Escuela Espanola de Historia y Arqueologia, ospitano una serie di eventi sul tema.  “Remover Roma con Santiago” è il titolo della prima edizione che vuol far conoscere il lavoro di artisti provenienti dalle regioni spagnole attraversate dal Cammino di Santiago. 

All’evento è stata invitata l’Associazione Europea delle Vie Francigene che ha patrocinato l’evento ed ha partecipato alla cerimonia di apertura con il Presidente Massimo Tedeschi. All’evento inaugurale sono intervenuti il Sindaco di Santiago di Compostela Martino Noriega, l’assessore regionale alla Cultura di Galizia Roman Rodriguez, la presidente della Commissione Turismo e Relazioni Internazionali del Comune di Roma Carola Penna.

Pensare pertanto, partendo dalla bella iniziativa REMOVER ROMA CON SANTIAGO, ad un progetto di cooperazione e di scambio nel campo del turismo della cultura (ma non solo) fra le due mete, le due Regioni, i due Paesi – Santiago e Roma, Galizia e Lazio, Spagna e Italia – che faccia conoscere il Cammino di Santiago a Roma e la Via Francigena a Santiago, ritengo sia una “idea geniale e lungimirante”, come lo fu 30 anni fa il lancio del programma degli Itinerari culturali del Consiglio d’Europa a Santiago. Perfettamente coerente con l’amicizia fra i Paesi europei e perfettamente in linea con gli scopi di pace, democrazia e dialogo del Consiglio d’Europa e dei suoi Itinerari culturali” ha detto il Presidente Tedeschi.

Luca Bruschi

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Jumelage entre le Chemin de Saint Jacques de Compostelle et la Via Francigena

C’est la proposition du Président de l’Association Européenne des Chemins de la Via Francigena à l’inauguration du Festival « REMOVER ROMA CON SANTIAGO » organisé à Rome, par l’ambassade d’Espagne.

Le 2 octobre, le Festival « REMOVER ROMA CON SANTIAGO » a été inauguré au prestigieux siège de l’Académie d’Espagne à Rome. Un programme rempli de rendez-vous culturels, d’art, de musique, de théâtre, de cinéma qui permet de parcourir le Chemin de Saint Jacques de Compostelle à travers les expressions artistiques de personnages importants de la scène culturelle espagnole.

Pendant un mois, les lieux les plus représentatifs de la culture espagnole qui résident à Rome, la Real Academia de España, l’Institut Cervantes et la Escuela Espanola de Historia y Arqueologia, accueilleront une série d’évènements sur ce thème. « Remover Roma con Santiago » est le titre de la première édition qui veut faire connaitre le travail d’artistes provenant des régions espagnoles traversées par le Chemin de Saint Jacques.

L’Association Européenne des Chemins de la Via Francigena a été invitée à l’évènement, cette dernière l’a parrainé  et le Président Massimo Tedeschi a participé à la cérémonie d’ouverture. A l’inauguration sont intervenus : le maire de Saint Jacques de Compostelle Martino Noriega, l’assesseur régional à la Culture de Galice Roman Rodriguez, le président de la Commission Tourisme et Relations Internationales de la Commune de Rome Carola Penna.

« Penser, en partant de la belle initiative Remover Roma con Santiago, à un projet de coopération et d’échange dans le domaine du tourisme culturel (mais pas seulement) entre les deux destinations, les deux Régions, les deux Pays – Saint Jacques et Rome, Galice et Latium, Espagne et Italie – qui fasse connaitre le Chemin de Saint Jacques à Rome et la Via Francigena à Saint Jacques. Je pense que c’est une idée géniale et visionnaire, comme l’a été le lancement du programme des Itinéraires Culturels du Conseil de l’Europe à Saint Jacques il y a 30 ans de cela. Parfaitement cohérent avec l’amitié entre les Pays Européens et parfaitement conforme avec les objectifs de paix, de démocratie et de dialogue du Conseil de l’Europe et de ses itinéraires culturels » a dit le Président Massimo Tedeschi.

Luca Bruschi

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La Via Francigena nei secoli. Storia di pellegrini, osterie e vino.

La via Francigena parte da Canterbury, in Inghilterra, e, attraverso la Francia, la Svizzera e l’Italia arriva fino a Roma. Attraverso l’Italia, durante il Medioevo, passavano le maggiori vie di comunicazione del Mediterraneo, e fino alla caduta nel XIV secolo di San Giovanni d’Acri, ultimo baluardo crociato in Oriente, il punto di arrivo della via Francigena erano Brindisi e le coste pugliesi per imbarcarsi per Gerusalemme. Alla fine di questo secolo, Gerusalemme fu definitivamente sostituita da Roma come meta principale di pellegrinaggio, e chi si impegnava ad andarci, prendeva il nome di “Pellegrino Romeo”. Il viaggio del pellegrino, che in linea teorica andava fatto a piedi, era tutt’altro che facile. Prima di mettersi in cammino il pellegrino si riconciliava con tutti, faceva testamento e, fatto assai più raro, pagava i propri debiti. Escludendo i rischi derivanti da una società tendenzialmente violenta ed anarchica come quella medievale, dove non era raro incontrare lungo il cammino gruppi di briganti e bande armate, le maggiori insidie derivavano soprattutto dalla spossante fatica delle lunghe marce attraverso luoghi aspri e selvaggi come i valichi Alpini e Appenninici, e naturalmente, dalla fame. Tuttavia lungo la strada, soprattutto  in determinati luoghi come chiese e monasteri, l’ospitalità non mancava ed era di casa. Si può avere un interessante resoconto di questa vita negli scritti di Sigeric da Canterbury, prelato inglese ed arcivescovo dell’omonima città, vissuto a cavallo del X secolo d.C, narrante il viaggio di ritorno da Roma, dopo aver preso il paramento liturgico direttamente dalle mani di papa Giovanni XV.

La descrizione del viaggio è molto precisa soprattutto per quanto riguarda i punti di sosta, dove i pellegrini si rifocillavano, riposavano e si scambiavano racconti ed informazioni sulla strada da percorrere. In questo resoconto si fa anche riferimento al vitto, prevalentemente a base di pane, zuppe di verdure stagionali (insaporite, quando si era fortunati, da qualche pezzo di carne o lardo di maiale) e pesce bollito. In questi racconti si intravede come il cibo non si identifichi con il solo bisogno fisiologico di sostentarsi, insito in ogni creatura vivente, ma come sia anche espressione culturale dei vari luoghi e paesi lungo il cammino, simbolo di ospitalità e condivisione umana. Attraverso il cibo e ai riti legati ad esso, si può comprendere in larga parte lo spirito e la cultura che pervadono in Italia il cammino della Via Francigena.

Cosa mangiava il pellegrino nel Medioevo?
E’ difficile immaginarsi cosa mangiassero i pellegrini della via Francigena nel Medioevo, al tempo in cui l’ Italia non era ancora stata inondata dal pomodoro. Poi bisogna immaginarsi che i gusti e le preferenze di questi pellegrini potessero essere molto più eterogenei di quanto siano oggi, e che sfamarli potesse essere un’impresa tutt’ altro che banale per l’ oste. Mentre potrebbe sembrare ragionevole che al giorno d’oggi un Inglese, un Francese e un Italiano possano accordarsi su cosa significhi “pasta al dente” sulla base di Wikipedia e altri catalizzatori di conoscenza senza frontiere, nel Medioevo uno cresceva con poche certezze trasmesse verbalmente di generazione in generazione. D’ altra parte ci si potrebbe anche sbagliare completamente in questa analisi. Il concetto di nazione è una delle oscenità del secolo ventesimo, forse diciannovesimo. Prima dell’ avvento della televisione i contadini della pianura padana non sapevano nemmeno cosa fosse la pizza. Ma rimaniamo fedeli al primo punto di vista, che i gusti e le preferenze alimentari dei pellegrini della via Francigena potessero essere molto più eterogenei al tempo. Per esempio, ammettendo che nella zona di Parma già fosse in uso di cospargere di parmigiano qualsiasi pietanza, è difficile che un atteggiamento del genere potesse essere tollerato a Brindisi. Probabilmente i pellegrini Inglesi erano gli unici felici allora, tanto quanto adesso, di lasciare l’ Inghilterra e assaggiare pietanze un po’ più sofisticate e gustose di quanto ne  fossero disponibili sull’ isola.

Ma i Francesi? I Francesi sono interessanti,  perchè al giorno d’ oggi è quasi impossibile trovare un Francese fuori dalla Francia. Che forse si vedessero più Francesi fuori dalla Francia nel Medioevo? Chi lo sa. E gli Italiani? Se i pellegrini Italiani della via Francigena si limitassero a dirigersi a Roma per motivi spirituali come sostengono, in teoria non avrebbero bisogno di lasciare l’ Italia. Di fatto, la via Francigena provocava e provoca un enorme riflusso di Italiani per il mondo, in cerca di amore o altro. Perché ci sono più Italiani che Inglesi a Londra? Ma non vorrei divagare troppo su temi che potrebbero sembrare secondari. Quindi, torniamo più vicini al nostro punto di partenza per non perdere il filo del discorso.
Il cibo dei pellegrini lungo il cammino doveva essere facilmente conservabile e strettamente legato alla stagionalità. Quando si fermavano per rifocillarsi chiedevano ospitalità o alloggiavano presso le locande, nelle quali si sfamavano in base alle disponibilità economiche. Il cibo che si serviva era molto salato, sia per essere meglio conservato, sia in modo da indurre molta sete nei viandanti, così che l’oste potesse vendere una maggiore quantità di vino. All’osteria come per il viaggio, i pellegrini preferivano dissetarsi proprio con il vino: l’acqua poteva essere inquinata e dannosa per la salute mentre il vino, anche se di cattiva qualità, conteneva l’ alcool, che garantiva una certa asetticità. La tipica alimentazione del pellegrino era a base di zuppe come ad esempio: la paniccia a base di cereali e legumi, il macco, una vellutata fatta con legumi secchi, ma anche salumi e formaggi. L’alimento più consumato era il pane, soprattutto la sua variante nera, fatto con grano tenero, segale, orzo, crusca di frumento, farina di fave e di castagne. La prima testimonianza scritta di una ricetta per pellegrini risale al XV secolo quando un cuoco di origine tedesca, Giovanni Bockenheym, scriveva nel suo ricettario: “Prendi le fave, lavale bene in acqua calda e lasciale così tutta una notte. Poi falle bollire in acqua fresca, tritale bene e aggiungi vino bianco. Condisci con cipolla, olio di oliva o burro, e un po’ di zafferano” – questo piatto – “sarà buono per i chierici vaganti e per i pellegrini”. Un altro alimento diffuso soprattutto quando il pellegrino veniva ospitato nelle case private era il Pulmentum. Questa specie di minestrone era fatto con verdure di stagione, cereali, legumi e condito con un po’ di lardo a pezzetti.

Cosa mangia il pellegrino oggi?
Torniamo al campo delle ipotesi e delle divagazioni. Il pellegrino oggi è probabilmente più cosciente di attraversare confini che un tempo non erano percepiti come tali. Oggi, a causa delle identità nazionali, il pellegrino si sente a casa in città dove non è mai stato, e si sente in dovere di percepire differenze che forse non sono tali. Per esempio, un pellegrino di Lione potrebbe assaggiare con interesse esotico un vino giovane del Piacentino, senza poter accettare fino in fondo che si tratti sostanzialmente della stessa cosa del suo caro Beaujolais. Un pellegrino Inglese invece, nel suo sconfinato interesse per le culture altrui, troverà facilmente bacon & eggs in un qualche finto pub della bassa padana. Ma parliamo degli Italiani, in riflusso e no. Non c’è dubbio che ci sia molto campo all’ interno dell’ Italia per il turismo gastronomico tra Italiani e altri Italiani, grazie alla forte eterogeneità tra regioni. Per esempio un Siciliano in Lombardia probabilmente si sente come un Norvegese in Togo. Gli Italiani in riflusso a Londra invece sono tutta un’altra storia, in genere seguono un ciclo più o meno ellittico. Prima si innamorano delle cose più genuine e grezze, perfino disposti a leccare l’ olio bruciato che gocciola da un fish & chips. Poi cominciano a sentirsi un po’ a disagio e si autoproclamano ambasciatori dell’ Italia. Poi tornano a casa.
Torniamo di nuovo al filo del discorso. Oggi i pellegrini nel cammino per Roma godono di ben altri comfort e vivande, rispetto ai loro antenati. Una volta arrivati alla meta però si può fare un piccolo gesto riconciliante col passato, in pieno spirito di ospitalità e condivisione. In alcuni panifici della capitale italiana è possibile acquistare il cosiddetto “Pane dell’accoglienza”. Su ogni pagnotta è impressa la croce del “Tau”, simbolo dell’ordine religioso dei francescani e ultima lettera dell’alfabeto ebraico. Questo pane può essere acquistato secondo la tradizione di Napoli per quanto riguarda il caffè, ovvero lasciando il conto pagato per il cliente successivo. Gli alimenti in cui è possibile imbattersi lungo la via Francigena in Italia sono ricchi e variopinti: formaggi stagionati, come il Parmigiano Reggiano a Parma e provincia o i pecorini toscani e romani. Salumi locali, come il prosciutto crudo a Parma, la coppa Piacentina, il salame di Felino, la mortadella di Bologna, il lardo di Colonnata, la finocchiona della Toscana. Per non parlare dei vini, come il Barolo piemontese, il Bonarda e il Barbera, presenti sempre in Piemonte ed Emilia, il frizzante Lambrusco emiliano ed il Sangiovese toscano, da cui ha origine il famoso Chianti.

Pietro Vesperoni

 

Fonti: Taccuini Storici, La Cucina Italiana, Musei del Cibo

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La Via Francigena dans les siècles. Histoire de pèlerins, d’auberges et de vin.

La Via Francigena part de Canterbury, en Angleterre, et traverse la France, la Suisse et l’Italie pour arriver jusqu’à Rome. Durant le moyen-âge, les plus grandes voies de communication de la méditerranée passaient à travers l’Italie, et jusqu’à la chute au XIV siècle de Saint Jean d’Acre, dernier rempart croisé en Orient, l’arrivée de la Via Francigena était à Brindisi et sur les côtes des Pouilles pour embarquer vers Jérusalem. A la fin du siècle, Jérusalem a été définitivement substituée par Rome comme destination principale de pèlerinage, et ceux qui y allaient prenaient le nom de « Pèlerin Romeo ». Le voyage du pèlerin, qui en théorie se faisait à pied, était tout autre que facile. Avant de se mettre en chemin, le pèlerin se réconciliait avec tout le monde, il faisait un testament et, fait plus rare, il payait ses dettes. En excluant les risques dérivant d’une société potentiellement violente et anarchique comme celle du moyen-âge, où il était courant de rencontrer des groupes de bandits et des bandes armées le long du chemin, les embûches les plus importantes venaient surtout de l’extrême fatigue de la longue marche à travers des lieux âpres et sauvages comme les cols Alpins et les Apennins, et naturellement, de la faim. Toutefois, le long de la route, surtout dans certains lieux comme les églises et les monastères, l’hospitalité était monnaie courante. On peut avoir un compte-rendu intéressant de cette vie dans les récits de Sigéric de Canterbury, pasteur anglais et archevêque de la ville homonyme, qui a vécu au X siècle et raconte le voyage de retour de Rome, après avoir reçu le parement liturgique des mains du pape Jean XV en personne.

La description du voyage est très précise, surtout en ce qui concerne les arrêts, où les pèlerins se nourrissaient, se reposaient et échangeaient les récits et les informations sur la route à parcourir. Dans ce compte-rendu, il fait aussi référence à la nourriture, surtout à base de pain, de soupes de légumes de saison (assaisonnées, les jours de chance, de quelques morceaux de viandes ou de lard de cochon) et de poisson bouilli. Dans ces récits, on s’aperçoit que la nourriture ne s’identifie pas au seul besoin physiologique de se nourrir, inhérent à chaque être vivant, mais comme l’expression culturelle des différents lieux et pays le long du chemin, symbole d’hospitalité et de partage humain. A travers la nourriture et les rites qui y sont liés, on peut comprendre une grande partie de l’esprit et la culture qui imprègnent en Italie le chemin de la Via Francigena.

Que mangeait le pèlerin au Moyen-âge ?

Il est difficile de s’imaginer ce que mangeaient les pèlerins de la Via Francigena au Moyen-âge, au temps où l’Italie n’était pas encore envahie par les tomates. Puis, il faut s’imaginer que les goûts et les préférences de ces pèlerins pouvaient être beaucoup plus hétérogènes qu’aujourd’hui, et que ce n’était pas une banalité pour l’aubergiste de les nourrir. Alors que cela pourrait sembler possible au jour d’aujourd’hui qu’un Anglais, un Français et un Italien puissent se mettre d’accord sur la signification de « pasta al dente » grâce à Wikipédia ou à d’autres catalyseurs de connaissances sans frontières. Au Moyen-âge, un individu grandissait avec peu de certitudes, transmises verbalement de génération en génération. D’autre part, on pourrait se tromper complètement dans cette analyse. Le concept de nation est une des obscénités du XX siècle, peut-être du XIX siècle. Avant le lancement de la télévision, les paysans de la plaine du Pô ne savaient même pas ce qu’était la pizza. Mais restons fidèles au premier point de vue, que les goûts et les préférences alimentaires des pèlerins de la Via Francigena puissent être beaucoup plus hétérogènes. Par exemple, en admettant que dans la zone de Parme, c’était déjà normal de saupoudrer n’importe quelle pitance de parmesan, attitude difficilement tolérée à Brindisi. Probablement, les pèlerins anglais étaient les seuls heureux alors, tout comme maintenant, de laisser l’Angleterre et de goûter les pitances un peu plus sophistiquées et savoureuses de celles disponibles sur l’île.

Mais les Français ? Les Français sont intéressants, parce qu’au jour d’aujourd’hui, il est presque impossible de trouver un Français en dehors de la France. Peut-être qu’au Moyen-âge, on voyait plus de Français hors de France ? Qui sait. Et les Italiens ? Si les pèlerins Italiens de la Via Francigena se limitaient à se rendre à Rome pour des raisons spirituelles comme ils le soutiennent, en théorie ils n’auraient pas besoin de quitter l’Italie. De fait, la Via Francigena provoquait et provoque un énorme flux d’Italiens dans le monde, à la recherche d’amour ou autre. Pourquoi y a -t-il plus d’Italiens que d’Anglais à Londres ? Mais je ne voudrais pas trop divaguer sur des thèmes qui pourraient sembler secondaires. Donc, revenons à notre point de départ pour ne pas perdre le fil du discours.        

La nourriture des pèlerins le long du chemin devait être facilement conservable et étroitement liée à la saison. Quand ils s’arrêtaient pour se restaurer, ils demandaient l’hospitalité ou logeaient dans des auberges, dans lesquelles on les nourrissait en fonction de ses possibilités économiques. La nourriture servie était très salée, pour une meilleure conservation et pour induire une grande soif aux voyageurs, ainsi l’aubergiste pouvait vendre une plus grande quantité de vin. A l’auberge, comme durant le voyage, les pèlerins préféraient se désaltérer avec le vin : l’eau pouvant être polluée et dangereuse pour la santé, alors que le vin, même de mauvaise qualité, contenait de l’alcool, qui garantissait une certaine asepsie. L’alimentation typique du pèlerin était à base de soupes comme par exemple : la paniccia à base de céréales et de légumes, il macco un velouté à base de légumes secs, mais aussi de charcuterie et de fromages. L’aliment le plus consommé était le pain, surtout dans sa variante noire, fait avec du froment, du seigle, du son de blé, de la farine de fèves et de châtaignes. Le premier témoignage écrit d’une recette pour les pèlerins remonte au XV siècle, quand un cuisinier d’origine allemande, Giovanni Bockenheym, écrivait dans son livre de recettes : « prend les fèves, lave-les bien avec de l’eau chaude et laisse-les ainsi toute une nuit. Puis fait-les bouillir dans de l’eau fraiche, émince-les bien et ajoute du vin blanc. Assaisonne avec de l’oignon, de l’huile d’olive ou du beurre, et un peu de safran – ce plat – sera bon pour les clercs errants et pour les pèlerins ». Un autre aliment diffus, surtout quand le pèlerin était accueilli dans les maisons privées, était le Pulmentum, ce genre de ragoût était fait avec des légumes de saison, des céréales, des légumes secs et assaisonné avec un peu de lard en morceaux.

Que mange le pèlerin aujourd’hui ?

Revenons au domaine des hypothèses et des divagations. Le pèlerin aujourd’hui est probablement plus conscient de traverser les frontières qui, autrefois, n’étaient pas perçues comme telles. Aujourd’hui, à cause de l’identité nationale, le pèlerin se sent à la maison dans des villes où il n’a jamais été, et il se sent obligé de percevoir des différences qui, peut-être, n’en sont pas. Par exemple, un pèlerin de Lyon pourrait goûter avec intérêt exotique un jeune vin de la zone de Piacenza, sans pouvoir admettre qu’il s’agit fondamentalement de la même chose que son cher Beaujolais. Un pèlerin Anglais au contraire, dans son immense intérêt pour les autres cultures, trouvera facilement du bacon et des œufs dans certains faux pubs de la plaine du Pô. Mais parlons des Italiens, en déclin ou pas. Il n’y a aucun doute qu’en Italie le tourisme gastronomique occupe une place importante, même entre Italiens, grâce à la forte hétérogénéité entre les régions. Par exemple, un Sicilien en Lombardie se sent probablement comme un Norvégien au Togo. Les Italiens à Londres, par contre, sont une toute autre histoire ; en général ils suivent un cycle plus ou moins elliptique. D’abord ils tombent amoureux des choses naturelles et brutes, jusqu’à être prêts à lécher l’huile brûlée qui dégouline d’un fish&chips. Puis ils commencent à se sentir un peu mal à l’aise et s’autoproclament ambassadeurs d’Italie, puis ils retournent à la maison.

Revenons à nouveau au fil du discours. Aujourd’hui, les pèlerins sur le chemin pour Rome jouissent de bien d’autres gîtes et couverts, par rapport à leurs ancêtres. Une fois arrivés à destination, on pourrait faire un petit geste pour se réconcilier avec le passé, dans un esprit d’hospitalité et de partage total. Dans certaines paneteries de la capitale italienne, on peut acheter le dénommé « Pane dell’accoglienza » (pain de l’hospitalité). La croix de « Tau » est tracée sur chaque pain, symbole de l’ordre religieux des franciscains et dernière lettre de l’alphabet hébraïque. Ce pain peut être acheté selon la tradition de Naples en ce qui concerne le café, c’est-à-dire en le payant pour le client suivant. Les aliments que l’on peut croiser sur la Via Francigena en Italie sont riches et variés : fromages affinés, comme le Parmigiano Reggiano à Parme ou le Pecorino toscan ou romain, charcuterie locale, comme le jambon cru de Parme, la coppa de Piacenza, le saucisson de Felino, la mortadelle de Bologne, le lard de Colonnata, la finocchiona de la Toscane. Sans parler des vins, comme le Barolo du Piémont, le Bonarda et le Barbera dans le Piémont et en Emilie, le Lambrusco pétillant d’Emilie et le Sangiovese toscan, duquel le célèbre Chianti est originaire.

Pietro Vesperoni

 

 

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Francigena Tuscany Marathon 2017

Domenica scorsa più di 2000 pellegrini hanno invaso le strade ed i sentieri della Versilia e della Lucchesia in occasione della prima edizione della Francigena Tuscany Marathon. La FTM, organizzata dagli Amici della Via Francigena Pietrasanta, è partita alle prime ore dell’alba dalla Piazza del Duomo di Pietrasanta per portare le ‘magliette azzurre’, dopo 42 km di camminata non competitiva, a Lucca.

 

Un successo senza precedenti ottenuto subito alla prima edizione. Centinaia di plausi all’organizzatori dell’evento, alla disponibilità all’accoglienza della popolazioni ed alla bellezza del percorso hanno inondato la pagina Facebook della FTM e degli Amici della Via Francigena Pietrasanta.

Nonostante la pioggia che ha imperversato per più di un ora nel tratto centrale del percorso, i partecipanti sono comunque riusciti ad arrivare alle mete previste, grazie anche all’attenzione dei volontari che hanno dato una importante mano in tutte le situazioni si rendessero necessarie. Un plauso particolare deve essere fatto alla popolazione di Valpromaro, al suo parroco ed ai volontari che hanno operato presso la Casa del Pellegrino. Sotto la pioggia battente sono riusciti a rifocillare con un piatto di pasta calda i 2000 pellegrini in arrivo che, grazie al parroco che ha aperto le porte della chiesa, si sono potuti rifocillare e asciugare in un luogo caldo e sicuro. Forse la più bella immagine di tutta manifestazione.

A Lucca all’arrivo, presso la Casa del Boia, gestito in modo impeccabile dai volontari della Misericordia e dell’Associazione Lucca Ospitale, sono giunti circa 850 pellegrini, i più intrepidi. Grandi sorrisi, grande soddisfazione per aver realizzato un’impresa e tantissime foto sotto il cartello dei 42 km. Il primo è arrivato alle 11.22 e Paola da Roma, l’ultima arrivata, alle 19:35, accompagnata dagli applausi di tutta l’organizzazione che le ha donato simbolicamente il cartello dei 42km suggellando di fatto la chiusura della prima edizione della Francigena Tuscany Marathon.

“Sono ancora commosso e frastornato”, dice Adriano Bigongiari Presidente dell’Associazione della Via Francigena Pietrasanta, “per la dimensione della partecipazione, dei sorrisi, dei complimenti, dei ‘Bellissimo ci vediamo il prossimo anno’. Tutto questo è stato possibile grazie all’enorme lavoro fatto dai volontari di tutte le Associazioni che ci hanno dato una mano. Questo ha creato una rete di amici sul territorio che hanno superato i campanilismi poichè si è capito che la Via Francigena è unica ed esiste perchè è tale, non è di proprietà di un Comune o di un’altro. Gli scopi che ci eravamo prefissi erano far conoscere alla popolazioni residenti il ‘popolo dei cammini’, valorizzare le bellezze di questa parte meno nota della Francigena Toscana e creare una rete tra associazionismo da usare nel futuro. Direi che tutti questi obbiettivi sono stati raggiunti in pieno. Un altro enorme grazie dobbiamo farlo anche ai Comuni coinvolti, Pietrasanta in primis con l’Assessore Lora Santini ed il Consigliere Daniele Taccola, che, nonostante un scetticità iniziale, dovuta alla non conscenza di questo mondo ed alla mancanza un curriculum pregresso, alla fine hanno risposto nel modo giusto ed è anche grazie a loro e alle Polizie Municipali che tutto si è svolto nei migliore dei modi. Questo è solo l’inizio di una avventura.

Stiamo già lavorando alla prossima edizione cercando di identificare una data stabile in modo che la FTM diventi un appuntamento fisso. Qualche piccola cosa da ritoccare c’è e faremo tesoro di tutti i consigli che abbiamo ricevuto perchè volgiamo che la prossima edizione sia ancora più bella di questa.”

 

Foto di Mara Maggiani

 

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Francigena Tuscany Marathon 2017

Dimanche dernier, plus de 2000 pèlerins ont envahi les routes et les sentiers de la Versilia et de la Lucchesia à l’occasion de la première édition de la Francigena Tuscany Marathon (FTM). La FTM, organisée par les Amis de la Via Francigena Pietrasanta, est partie à l’aube de la place du Dôme de Pietrasanta pour amener les « t-shirts bleus », après 42 km de marche non compétitive, à Lucques.

Un succès sans précédent obtenu dès la première édition. Des centaines d’applaudissements destinés aux organisateurs de l’évènement, à la disponibilité, à l’accueil de la population et à la beauté du parcours, ont inondé la page Facebook de la FTM et des Amis de la Via Francigena Pietrasanta.

Malgré la pluie qui a sévi pendant plus d’une heure sur le tronçon central du parcours, les participants sont quand même arrivés à destination, grâce aussi à la présence des volontaires qui ont donné un coup de main important dans toutes les situations nécessaires. Un remerciement particulier doit être fait à la population de Valpromaro, à son curé et aux volontaires qui ont œuvré à la Casa del Pellegrino. Sous la pluie battante, les 2.000 pèlerins en chemin ont réussi à se restaurer avec une assiette de pâte chaude ; grâce au curé qui a ouvert les portes de l’église, tout le monde a pu se nourrir et se sécher dans un lieu chaud et sûr. Peut-être la plus belle image de toute la manifestation.

Environ 850 pèlerins, les plus intrépides, sont arrivés à Lucques, à la Casa del Boia, géré de manière impeccable par les volontaires de la Misericordia et de l’Association Lucca Ospitale. Des grands sourires, une grande satisfaction pour être aller au bout de l’entreprise et beaucoup de photos sous le panneau des 42km. Le premier est arrivé à 11h22 et la dernière, Paola de Rome, est arrivée à 19h35, accompagnée par les applaudissements de toute l’organisation qui lui a donné symboliquement le panneau des 42 km scellant la fermeture de la première édition de la Francigena Tuscany Marathon.

« Je suis encore ému et étourdi » a dit Adriano Bigongiari, Président de l’Association de la Via Francigena Pietrasanta, « pour l’importance de la participation, des sourires, des compliments, des « Génial, on se voit l’année prochaine ». Tout cela a été possible grâce à l’énorme travail fait par les volontaires de toutes les Associations qui nous ont donné un coup de main. Cela a créé un réseau d’amis sur le territoire qui ont dépassé le ‘chacun chez soi’ lorsqu’on a compris que la Via Francigena est unique et qu’elle existe parce qu’elle est unique, qu’elle n’appartient pas à une commune ou à une autre. Les buts que l’on s’était fixés étaient de faire connaitre à la population résidente le « peuple des chemins », valoriser la beauté de cette partie moins connue de la Via Francigena Toscane et créer un réseau entre les associations à solliciter dans le futur. Je dirais que tous ces objectifs ont été atteints en plein. Un autre remerciement énorme aux communes engagées, Pietrasanta en premier avec l’assesseur Lora Santini et le conseiller Daniele Taccola, qui malgré un scepticisme initial, dû au fait de ne pas connaître ce monde et au manque de recul, ont finalement répondu de manière positive et c’est aussi grâce à eux et aux Polices Municipales que tout s’est déroulé de la meilleure des façons. C’est seulement le début d’une aventure.

Nous sommes déjà en train de travailler à la prochaine édition, en cherchant à identifier une date stable de façon à ce que la FTM devienne un rendez-vous fixe. Des petites retouches sont à faire et nous ferons grand cas de tous les conseils que nous avons reçu parce que nous comptons que la prochaine édition soit encore plus belle que celle-ci ».

Photo de Mara Maggiani

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Dal 6 all’8 ottobre: ‘Perdersi per ritrovarsi lungo la Via Francigena piemontese insieme a Franco Michieli”

Un seminario in lento movimento sul territorio alla scoperta delle facoltà umane di orientamento e degli infiniti elementi naturali che permettono a uomini e animali di viaggiare sulla terra, nell’acqua e nell’aria senza bisogno di strumenti artificiali, ritrovandosi sempre.

Oggi si è soliti dire che l’esplorazione geografica sia terminata, e che se resta qualche angolo di mondo ancora ignoto è con i potenti mezzi tecnologici a nostra disposizione che possiamo svelarlo. 
In verità, forse mai come in questa epoca si è perso contatto con la Terra, e l’effetto non è soltanto che la nostra idea del mondo è sempre più virtuale. La perdita più grande è dentro di noi: perdendo la Terra, abbiamo anche lasciato addormentare gran parte delle facoltà naturali che hanno permesso ai nostri antenati, per decine di migliaia di anni, di rapportarsi alla realtà con una sensibilità propria, interamente umana. 
Oggi ci sentiamo perduti senza strumenti tecnologici sofisticati che fungono da protesi ai nostri sensi e alla nostra capacità interpretativa di fronte agli eventi attorno a noi. È anche per questo che il Potere, nonostante l’aumento teorico dell’istruzione, continua a tenere in pugno i popoli. Perché i più non sanno di avere in se stessi gli strumenti per interpretare, imparare e capire, e si affidano a quanto recitano strumenti e media.
Da questa situazione si può iniziare a uscire molto facilmente. La natura vicino a noi, fatta anche soltanto di piccoli angoli non organizzati dall’uomo, ci offre l’occasione di interrompere momentaneamente la dipendenza dal preconfezionato, di passare qualche ora soltanto con i nostri sensi e la nostra attenzione, e di scoprire quante rivelazioni possiamo raggiungere. Possiamo addirittura imparare a perderci provvisoriamente, così da vivere il magnifico momento in cui spetta a noi “ritrovare il mondo”. Anche dietro casa impariamo a diventare esploratori: e a quel punto innumerevoli strade si aprono, in ogni campo.

Gli obiettivi del corso
Il corso serve a scoprire che con giusto approccio e con una preparazione accessibile a tutti è possibile ristabilire una relazione molto personale e libera con il territorio. Si può superare la paura di perdersi e imparare a capire dove si è, dove si può andare, quante cose ci accadono intorno mettendo in gioco la personalità. Ciò ci può permettere di rivoluzionare la dimensione delle nostre escursioni, di qualche lungo trekking, di vere avventure, ma anche di comuni momenti della vita quotidiana. Chi lavora nel campo del turismo, dell’accompagnamento in montagna o natura, dell’educazione o anche dell’arte, può trarre spunto da questa esperienza per sviluppare progetti innovativi.
Il corso, della durata di 16 ore, prevede alcuni momenti teorici, con spiegazioni accompagnate da immagini esemplificative delle più diverse situazioni, e altre parti pratiche, in cammino e osservazione sul territorio.
Alla fine dei due giorni ci sarà uno scambio di opinioni su quanto appreso per mettere in luce i diversi orizzonti che l’approccio esplorativo apre in ciascuno dei partecipanti.

Il programma
Venerdì: 
Ore 17-18: Accoglienza 
Ore 18: lezione introduttiva alla lettura del cielo e della terra
Pre 20: cena condivisa

Sabato: 
Ore 9: uscita pratica, senza portare con sé alcuno strumento per orientarsi o per telecomunicare, con osservazioni e ascolto di tutto quanto nel paesaggio può aiutarci a orientarci e a individuare percorsi. 
Ore 13: pranzo al sacco e ritorno alla Casa
Ore 15: lezione in aula su alcuni segreti dell’orientamento e sul concetto di mappa mentale. 
Ore 18: proiezione del film “La via invisibile”.

Domenica: 
Ore 9: nuova escursione “a vista”, cercando di allontanarsi dalla base fuori da strade o sentieri per poi riorientarsi e fare ritorno lungo un diverso itinerario; 
Ore 13: pranzo al sacco e ritorno alla Casa
Ore 14: prova di disegno di una mappa approssimativa del territorio conosciuto nelle due giornate, cercandone gli elementi significativi nella memoria;
Ore 16: conclusioni e saluti

Il corso si svolgerà con un numero minimo di 10 partecipanti, un numero massimo di 15.

Attrezzatura consigliata: un paio di scarponcini o scarpe da trekking, uno zainetto da escursioni con borraccia e giacca a vento. Utile un quaderno con matita o biro per appunti e schizzi del territorio.

Il docente
Classe 1962, geografo, redattore di Alp e della Rivista della Montagna, originale esploratore e garante internazionale di Mountain Wilderness, è tra gli italiani più esperti nel campo delle grandi traversate a piedi di catene montuose e terre selvagge. Dopo i percorsi integrali delle Alpi (81 giorni), dei Pirenei (39 giorni) e della Norvegia (150 giorni) compiuti da giovanissimo, continua tutt’ora la ricerca dei significati dell’esplorazione, specie nelle terre artiche e sulle Ande, ma anche sulle montagne di casa. Dal 1998 propone una testimonianza controcorrente rispetto a una civiltà sempre più virtuale: con uno o due compagni attraversa a piedi terre impervie interpretandole esclusivamente con occhi e facoltà umani, in vero isolamento nella natura: senza Gps, strumenti ricetrasmittenti, mappe, bussola e orologio, cioè come un animale migratore o un umano antico, mostrando che nel rapporto concreto fra uomo e natura si trovano molte soluzioni che la civiltà ipertecnologica ha domenticato. Ha raccontato le sue esperienze in centinaia di articoli, conferenze e nel film La via invisibile.

Guarda la videointervista a Mountain Blog in cui Franco racconta la sua filosofia:

Logistica e costi
Il Corso si terrà presso la Casa del Movimento Lento, un antico casale situato lungo la Via Francigena piemontese a Roppolo, in provincia di Biella.

Il corso è riservato ai soci del Movimento Lento. Chi non fosse socio avrà la possibilità di iscriversi prima del corso, pagando la quota di iscrizione di 15 Euro all’anno.

Il contributo richiesto per il corso è di 90 Euro per ogni socio partecipante.
Altre spese previste per vitto e alloggio: è possibile pernottare sia presso la Casa del Movimento Lento, sia in altre strutture di accoglienza convenzionate. Prezzo del posto letto nella Casa in camera tripla: 19 Euro/notte per persona (per chi usa il proprio sacco a pelo e asciugamani) o 23 Euro (comprese le lenzuola), colazione inclusa. Pranzi al sacco e cene condivise, dividendo i costi con la cassa comune.

Per informazioni sui prossimi corsi e prenotazioni: Segreteria organizzativa – 0161 987866 – 335 7979550 – casa@movimentolento.it 

 

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A Lucca il via al VII Forum degli Itinerari Culturali Europei

Ha preso ufficialmente il via oggi a Lucca, il VII° Forum degli Itinerari Culturali Europei in programma dal 27 al 29 settembre. Un evento speciale che quest’anno celebra il 30° anniversario del Programma degli Itinerari culturali del Consiglio d’Europa. La città toscana ha accolto rappresentanti di ministeri nazionali e dell’Unione Europea, personalità del mondo accademico e del turismo riuniti a Palazzo Ducale.

Tanti gli interventi che si sono alternati sul palco. Dopo gli onori di casa da parte degli amministratori locali, tra i quali il presidente della provincia di Lucca, Luca Menesini e il sindaco di Lucca, Alessandro Tambellini, hanno preso parola numerose autorità: dal vice segretario generale del Consiglio d’Europa, Gabriella Battaini-Dragoni al neo segretario generale del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, Carla Di Francesco, dal direttore generale del Ministero del Turismo Francesco Palumbo, alla presidente della Commissione Cultura del Parlamento Europeo, Silvia Costa.

Diversi punti di vista accomunati da un unico obiettivo: evidenziare l’importanza degli Itinerari culturali per la promozione della diversità culturale, del dialogo interculturale e del turismo sostenibile. La sfida di domani, passa infatti attraverso la valorizzazione e il racconto di un patrimonio storico culturale e paesaggistico senza confini. Oggi sono oltre 30 gli Itinerari Culturali certificati e di questi ben 22 attraversano l’Italia.  

Gli itinerari culturali d’Europa sono tali laddove contribuiscono non solo a promuovere la conoscenza dell’identità culturale europea ma soprattutto a comprenderne una realtà in continua trasformazione, ad interpretarla ricorrendo ai valori di integrazione e democrazia che caratterizzano l’Europa, a far crescere nuove generazioni consapevoli” ha ribadito il neo segretario generale Di Francesco.

 “La valorizzazione del patrimonio storico culturale e paesaggistico del nostro paese è uno degli asset principali del nuovo piano strategico del turismo – ha aggiunto Palumbo, annunciando la prossima presentazione di un atlante dei cammini italiani per le 20 regioni italiane – Chi viene in Italia, vuole entrare in relazione con la popolazione, vivere all’italiana. La dimensione della rete delle piccole medie città, dei piccoli e medi borghi italiani, non rappresenta solo il patrimonio ma lo proponiamo come esercizio di confronto a livello europeo. Ci piacerebbe che questa dimensione territoriale diffusa, fosse uno degli elementi del turismo su cui ragionare a livello europeo e in questo, i cammini, svolgono un ruolo di infrastruttura non solo fisica e materiale ma anche di conoscenza e comunicazione” .

La Regione Toscana, rappresentata dall’assessore al Turismo, Stefano Ciuoffo e dalla vicepresidente Monica Barni, ha ricordato il valore patrimoniale e artistico della regione e l’attenzione attraverso la promozione di studi e progetti sugli Itinerari culturali europei, come la Via Francigena, che hanno coinvolto vari attori.

Percorrere un itinerario culturale è come entrare nella storia del territorio, entrare nella vita e nell’identità per conoscerli e percepirne le differenze e valorizzarle – ha sottolineato la vicepresidente Barni – noi possiamo valorizzare le differenze non come fonte di barriera ma come arricchimento. Abbiamo riconosciuto e promosso il valore di questi progetti che riguarda soprattutto l’educazione dei cittadini europei, la costruzione di una cittadinanza democratica”.

Siamo solo custodi di qualcosa che va conservato o abbiamo una responsabilità? Il patrimonio costituisce l’elemento nel quale è racchiuso un sistema di valori che deve essere condiviso. Dobbiamo elevare la capacità di comprendere i contenuti culturali della memoria collettiva a noi consegnati. Dobbiamo mettere insieme ciò che ci unisce, non solo le continuità territoriali” ha concluso Ciuoffo. 

Silvia Iuliano